Memorie di una nottata storica.

Quella sera avremmo dovuto essere in tre, ma poi la nostra compare è partita per le vacanze, così eravamo rimasti io ed un altro mio amico.
Era una di quelle serate in cui non potevi non esserci, perché c’era dietro tutta una storia che coinvolge milioni di persone e due rivali di sempre.
Me la ricorderò sempre, anche e soprattutto per la sofferenza immane che tutti, da una parte e dall’altra, abbiamo provato nell’assistere all’evento di quella sera. C’era empatia, c’erano i maxischermi, non si parlava d’altro.
Io e il mio amico, bardati di tutto punto, girovagavamo per tutto il centro alla ricerca di una sistemazione che ci consentisse di assistere senza troppi impedimenti allo svolgersi degli avvenimenti.
Ricorderò sempre che quando finirono i tempi regolamentari, ci dirigemmo a velocità scavezzacolli verso casa del mio amico, per assistere ai supplementari senza problemi. Il primo tempo ce lo perdemmo, ma se avete capito di cosa vi sto parlando quest’oggi capirete che il meglio non ce lo siamo proprio persi.
Un momento di panico lo abbiamo avuto proprio mentre ci dirigevamo verso casa: a un certo punto sentiamo bestemmioni volare all’unisono da un buon numero di appartamenti. Crediamo di essere in svantaggio, ho il cuore che va a tremila, e così anche il mio compare.
Quando scopriamo che era solo Gilardino che aveva preso il palo, beh, ci siamo rimasti pure peggio. Probabilmente avremmo preferito passare in svantaggio.
Arrivammo a casa giusto in tempo per l’inizio del secondo tempo, la trance era alle stelle, e quando già stavamo sciorinando i nomi dei possibili rigoristi, beh, sappiamo tutti com’è andata. Pirlo ha visto Grosso in quell’angolo dell’area, e quest’ultimo è entrato nella leggenda con uno di quei gesti irripetibili che, a distanza di anni, capisci che sono tali perché semplicemente doveva andare così.
E lì persi tutta la mia voce per una settimana buona.
Al momento della rete del mio Capitano, poi, sono semplicemente scoppiato a piangere come un bambino. Non ci credevo, avevo appena assistito ad una di quelle partite di cui ero consapevole si sarebbe parlato per i decenni a venire.
Questo, inutile dirlo, mi ha suggerito una riflessione.
I grandi trionfi partono dal basso, non c’è niente da fare: è l’unico modo per spiegarsi quanto è avvenuto nel 2006, nel 1789, e in tante altre date che non cito semplicemente perché non ne ho la competenza.
Nel 2006 non avevamo i giocatori più forti; avevamo LA SQUADRA più forte. E’ più importante questo.
Avevamo le primedonne come Buffon, come Cannavaro, come Zambrotta, come Totti, come Il Capitano.
Ma avevamo anche i gregari, i comprimari: mi riferisco a Grosso, a Barzagli, a Gattuso, a Gilardino, a Barone.
E come in tutte le vittorie che segnano un’epopea, lo zampino decisivo ce l’ha messo proprio un gregario. Banale coincidenza o logica conseguenza?
Io opto per la seconda, e vi porto come esempio quella che è stata, a mio avviso, la nazionale italiana più forte di tutti i tempi quanto a individualità.
Ricordate la nazionale del 98? Peruzzi, Baggio, Torricelli, Cannavaro, il miglior Bobo Vieri e un incontenibile Pippo Inzaghi. Avevamo la squadra più forte, e ovviamente non abbiamo vinto.
Questo flop è dovuto a due cause: la manifesta incompetenza del CT (ancora una volta grazie Cesare) e la presenza per larga parte di primedonne.
Questo non crea la giusta empatia, non crea l’affiatamento che è obbligatorio per raggiungere grandi traguardi.
La lezione di vita che mi ha dato quel mondiale va dunque ben al di là di quanto solitamente possa significare una normale partita di calcio.
Ho capito che, stando in un gruppo o una squadra, avere un ruolo proverbialmente di poco conto può fare di ognuno di noi l’elemento chiave per la buona riuscita della missione che il gruppo si è prefigurato.
Una festa non potrà essere un successone se non c’è il ragazzo che porta il ghiaccio; un laureato in ingegneria aerospaziale non sarà mai tale se la maestra delle elementari non gli insegnerà come comportarsi di fronte ad una moltiplicazione; un palazzo non starà mai su se non avrà delle fondamenta SOLIDE.
Arrivare in alto è sì appagante, ma solo se dietro c’è il duro lavoro di chi la gavetta se l’è sudata senza paura di sporcarsi un po’ le mani.
Con quest’ultimo pensiero vi lascio, a voi la libertà di interpretare le mie parole come desiderate, e magari anche di raccontarci cosa avete provato quella notte del 4 luglio 2006, quando bene o male acquisivamo un po’ tutti la consapevolezza che, forse, ce l’avremmo fatta per davvero.
Auguri in ritardo, quarta stella.
Beppe

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