Beati voi aridi di sentimenti, che non patite mai niente – e mai niente sentirete (7 luglio 2010, 15:39)

Inafferrabile. Mi sembri inafferrabile, nelle sere trascorse al pub, al solito muretto con la Moretti ghiacciata in mano, che preferisci alle rose effimere del pakistano in bicicletta. Anche quando siamo seduti, fortuitamente o volutamente, chi lo sa – vicini, sei inafferrabile. Nel mio sogno e desiderio potrei allungare una mano per poter arrivare fino a te, ma nella realtà non lo posso. Magari a volte capita una stretta di mano o un amichevole bacio sulla guancia come saluto, ma non è lo sfiorarsi di una tua mano con la mia, sfiorarsi non voluto né cercato, ma accaduto, sfiorarsi che fa prima abbassare lo sguardo per vedere le proprie mani, e poi alzare gli occhi capire con chi è stato, e trovarsi. E toccarsi in uno sguardo, io ti guardo e poi ti perdo, io ti cerco, e se ti trovo, sorrido. E anche tu, sorridi. E’ bello, il più bel tocco, quello degli occhi: non arriva “sulla” pelle come quello di una mano, ma arriva “alla” pelle come un brivido che non sai. Prima lo sguardo, poi il brivido, alla pelle.
Cosa ti dirò mai?, per parlarti di me e di quello che sento? Come reagirai nell’udire dalle mie labbra qualcosa di serio? Non, non è una battuta, uno scherzo, quello che sento è tutto vero, quanto è vero che non so dargli un nome. Non voglio ricorrere alle solite convenzioni che si usano, non è il caso. Perché mi hai sorriso, quella sera? Non posso immaginare fosse solo cortesia, ma nella realtà, ancora più che nella finzione, tutto può accadere, e anche questa amara conclusione può essere.
Chissà se riderai, quando ti racconterò e saprai, o se prenderai la cosa seriamente – non troppo, spero. Ma anche un altro deve sapere, forse saprà aiutarmi, o consigliarmi la cura che da tempo immemore serve all’uomo colpito dal male di una donna. E i sintomi ci sono tutti, anche se il perché ancora oscuro. E’ come il cielo nelle ore più buie dell’orologio d’estate, con qualche stella a farti compagnia. Quando arriva una certa ora, incerta, e non sai se sia ancora notte, o se sia già giorno, che impercettibilmente sta arrivando, ma anche se l’idea del letto non ti dispiace rimani volentieri ancora un po’ fuori. Importa solo di sentire la brezza che inizia a spirare insieme alla voce dei passerotti, e ti accarezza il viso; e se riesci a vederle, le poche stelle che ci sono, ti senti anche un po’ mancante, se pensi che le puoi vedere solo in differita. Quando guardo le stelle e il cielo: allora è l’unico momento della giornata e della vita in cui mi concedo il lusso di spegnere la ragione e il ragionamento, il pensiero sottile, acceso quanto basta per ricordarmi – e finalmente capire – Kant.

Il cielo dubbioso sopra di me…
Che cazzo è successo dentro di me? (perdona la citazione liberamente reinterpretata, Immanuel.)

Forse scrivo tutto questo solo per non rubarti una giornata intera, e per mettere ordine ai miei sentimenti, anche se è una gran bella pretesa credere di riuscirci. Scrivere… per non dirtelo? Per paura?, per vergogna? E aspettare a dirlo, per suonare ancora un po’ insieme, due o tre sere. Poi verrà il momento, e avrà i tuoi occhi, ma anche il tuo forte profumo e il tuo sorriso, mai nato per caso – per cortesia o per sentimento, non mi è dato ora saperlo. Sarà al Wellington? A casa tua?, a casa di chi, o in mezzo alla via? Sarà una bionda italiana o una scura irlandese a rinfrescar la bocca, a rincuorar lo spirito, a rinfrancar lo stomaco?
Se guardi un altro, che fuoco, e se ci parli, chiamate i pompieri.
Che malinconia, se non arrivi, ma che liberazione, quando appari.
Perché?
A giorni, io ti parlerò, e quando ti avrò parlato, sarò sereno – beato chi in sé ha la serenità, che è mille volte migliore della felicità, necessariamente effimera. Non ho paura di parlare, ma ho paura di non riuscire a farmi capire; ma poi, se nemmeno io capisco cosa sento, non pretendo nulla dagli altri.
Forse, dovrei fare come si usava qualche tempo fa, che oltre a bere, per dimenticare, si partiva. E George Gray mi ha insegnato molto, e mi imbarcherò sulla nave che porta da te, e saremo lì, uno di fronte all’altra, per mare. E, se accadrà, il naufragio non sarà altro che il tempo fra la tua ultima parola e la nuova terraferma, su cui si arriva a nuoto su un pezzo di relitto, terraferma su cui ricominciare. E non sarà un fallimento, se accadrà: l’unico fallimento dell’uomo è quello inevitabile e senza ritorno, necessario della vita, ultimo momento di essa; ma se vivremo ancora, dopo tale momento, in chi ci ha conosciuto e ha imparato a volerci bene nonostante tutto, nemmeno allora avremo fallito, anche se non saremo più.

Sfo

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