Quattro ruote spostano il corpo, due muovono l’anima

Sarà l’averla sfiorata. Sarà l’averla intravista, sfocata, in un giorno di luglio di due anni fa. Sarà che quello che qualcuno chiama Dio, e altri più laicamente destino, quel giorno volle per me quello che oggi per un altro ragazzo non è stato, ma da quel giorno in cui la morte mi ha guardato, per una mia distrazione sulla strada, dicendomi: “No, non ancora.”, non ho più avuto paura di lei, né la vivo più con dolore. Non provo dolore per la scomparsa di questo giovane pilota, non per antipatia o per indifferenza ma perché per tre anni ho vissuto su due ruote anch’io, andando a scuola alla mattina presto, che ci fossero -20° o si morisse dal caldo, con pioggia o sole – anche con la neve! – e non ho mai avuto paura. Il mondo visto da due ruote, più che a una velocità diversa, gira in un modo differente, incomparabile. Se tralasciamo il fatto che le gomme ci tengono ancorati all’asfalto, in moto noi voliamo radenti sulla strada, possiamo superare inutili code di autosauri ed essere in poco tempo ovunque, ma non è una libertà gratuita, anche se ogni motociclista, che guidi una sportiva o un chopper, lo sa bene. Marco lo sapeva, e credo che – come spesso accade a chi cade in moto – non ci sia stato il tempo, per lui, di rendersi conto di ciò che invece alle telecamere è stato molto chiaro.

Il dolore è cosa di chi resta, e le lacrime che cadono dai nostri occhi dovrebbero essere per Paolo, il papà, per la sua famiglia, e non per Marco. Se c’è un qualcosa che può confortarci tutti, motociclisti e appassionati di motociclismo, è che quasi sicuramente ora il Sic, ovunque sia, non prova più dolore. E vista la direzione in cui stiamo andando, forse sta anche meglio di noi – con le gomme ancora incollate all’asfalto, le sue libere di piegare fra cirri e cumulonembi. Certo che con quei riccioli farebbe un figurone fra serafini e cherubini, ma dubito che San Pietro o chi per lui gli lascerebbe passare la tuta in pelle al posto della tunica bianca.

Ciao Marco –
Sfo

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