Ed io a lei: «Nessun maggior dolore/che ricordarsi del tempo felice/ne la miseria" (…)

“12 ottobre 2011 – Università degli studi di Milano, facoltà di lettere, aula 401 – 10:40 circa


Donne ch’avete intelletto d’amore…
Ricordi dell’anno scorso, anche se forse sarà stata spiegata più avanti. Mi fa tornare in mente le mattine in pullma, il parka blu e la tracolla per essere più in “stile” con la nuova facoltà, il caffè al “Mai pagura” e la sigaretta da Zeno Cosini. 
Sarà l’ambiente, nuovo ai miei occhi, della lezione in un aula dell’università di Milano, che mi riporta indietro, e “seguire” una lezione di letteratura adesso, passati l’8 e il 22 settembre, mi mette una pace dentro… Diciamo una pace da 24/30: la consapevolezza che, almeno questa fatica, sia passata.
Che meraviglia…

E ormai che la pellicola del 2010/2011 è partita, scorre nella mente tutto l’anno passato, correlativi oggettivi di momenti in luoghi, e gli stessi luoghi che rimandano ad altri momenti. Il laboratorio di italiano nell’aula magna sotterranea, e la stessa aula “okkupata” a novembre… E, fuori di lì, l’aula del ‘400: “Autogrill” e “Incontro” cantate per la ragazza che ispirerà “Agave”, nome soave e dolce – aggettivi che scompaiono in un momento se penso che altro non è, l’agave, se non la pianta dalla quale si ricava la tequila. Da qui a quella “simpatica” nottata in via teodolinda il passo è breve, quella notte in cui – finito il casino e sturato il lavandino – Beppe ed io diventammo fratelli, addormentandoci finalmente alle 4 di notte su due sedie. E prima ancora le serate dal Giahomino, chitarre-e-vino, revivals anni ’60 e ’70 nelle canzoni e nello stesso fare serata – e prima prima ancora i sonetti a quattro mani, che per decenza e un po’ per pudore non riportiamo. E quante cose ancora son successe, poi…
Milano è troppo grande. Campanilismo, forse, o realtà soggettiva delle cose – ma son quasi certo che “nella città fasciata dalle tangenziali e dal caos” [autocit.] tutto il bello e il bene che mi sono capitati in quel del Ticino non mi si sarebbero mai potuti presentare, qui – oltre al fatto che mai avrei potuto conoscere tutte le persone che ormai condividono parte della loro vita con me, e ne hanno condivisa. Anche se, a Milano studia – e, grazie a Dio, non vive! – la persona che, spero, avrà sempre più da condividere la sua vita con me.
Ma di questo potrò scrivere solo più avanti… Nel bene, o nel male. Inutile scrivere che la seconda ipotesi non deve minimamente azzardarsi a fare capolino dall’angolo delle probabilità, anche se è, questa mia, la stessa pretesa dell’uomo che sfida la montagna o il mare, e minaccia la Natura se mai volesse rovinarlo con la valanga o con la tempesta. Solo la speranza con le sue ali, e l’averla qui, ora, seduta vicina a me, mi salvano da questi orribili pensieri.
E, ancora una volta, il caro vecchio Bob e la sua “Knockin’ on Heaven’s door” mi aiutano non poco a rimaner sereno. Vedarèm.”

La valanga non è l’esempio corretto, me ne rendo conto solo ora. La tempesta, che distrugge l’impotente imbarcazione del marinaio, rende meglio l’idea dell’uomo inevitabilmente sopraffatto da una forza che non può né domare, né comprendere, mai.
Non saremo mai simili. La constatazione razionale, tuttavia, non mi salva dal dolore che sempre provo nel constatare quanto la realtà delle cose non sia ciò che avevo capito, o che mi sarebbe piaciuto fosse. Leggera incazzatura, ma passeggera, astio schiacciato sotto il peso di macchine, manubri e bilancieri che aiutano corpo e mente a sfogarsi in un modo molto più virile, rispetto alle timide lacrime in attesa sull’orlo del precipizio del viso, aggrappate alla palpebra inferiore, nel constatare che – ebbene sì, anche le chiese vanno in pausa pranzo. Certo che Dio è in ogni luogo, ma anche un ateo intelligente (fondamentalisti ce n’è anche senza religione) si rende conto che in un tempio il silenzio è quasi d’obbligo, c’è tutto un mondo fuori per far rumore.
Tornerò al San Michele nel pomeriggio, dopo una visita al barbiere. Le donne si tagliano i capelli, io tolgo l’ormai inutile.
E’ un dolore incomprensibile agli occhi delle altre persone – così come lo è agli occhi del mio lato razionale. Ogni cosa è conclusa, tutto è chiaro – forse la prima volta in cui la frase “Basta…Non funzionerebbe mai” ha un senso. Le parole sono state dette a chi di dovere, e almeno ora c’è una persona in meno che soffre.
Ovviamente, mica sono io.
Ma.
Siamo ormai a fine ottobre: fra due settimane circa si torna in quello splendido concentrato di smog, fretta e “vadavialcù” che fa da capoluogo alla nostra bellissima Lombardia, per l’operazione al ginocchio. E non posso che esserne felice: finalmente soffrirò di un male vero, e la mia mente, il mio corpo saranno tutti per lui. Togliere ferri, segare/limare il pezzo di osso che sporge, mettere i punti. Gamba distesa per non so quanto, due settimane di stampelle (così m’han detto…Spero). E poi si torna alla vita di tutti i giorni, e si riprende a macinare chili e rancore in palestra, fregandosene ormai di quello che le ragazze possano pensare di me. Sono troppe e con gusti troppo diversi perché possano trovarmi attraente – e, di certo, se mi conoscessero chissà le risate che si farebbero, nel trovare un uomo tanto diverso dal resto del branco di maschi. Ma la minoranza sono io.
Rancore, ho detto: non nei confronti della persona per cui mi trovo qui a scrivere, in fondo non lo merita e soprattutto non servirebbe. E nemmeno per la sua scelta. Per quanto si voglia essere razionali coi sentimenti, siam pur sempre persone e anche se abbiamo chiuso con una in particolare perché ci ha fatto soffrire, il tempo che abbiamo trascorso con quella persona non può lasciarci indifferenti nei suoi confronti, soprattutto dopo anni trascorsi fianco a fianco. Rancore nei confronti della vita, del caso, del momento… Ma passerà anche questa – e come dicevo, fra due settimane avrò ben altro a cui pensare.
Passerà anche questo inverno – nonostante sia autunno – e sarà di nuovo una nuova primavera.

Avrà termine anche questa fine, e un nuovo inizio comincerà.

Sfo

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