"Patience" (tratto da una storia vera)

22:30 circa – Roncadello di Dovera – 3/11/2011

Le prove del coro sono appena finite, si riparte per Pavia – aspetta che metto su un cd di quelli che ho trovato nella macchina della mamma, chissà quando l’avrò fatto, superiori di certo ma, quando, boh…
Toh, i cari vecchi Guns!, quanto tempo!
Ah, il piano di “November rain”…E poi?
Beh, l’intro di “Paradise city” è inconfondibile, e ci sta sempre.





Chitarra in arpeggio, accordata un semitono sotto.
Do…Sol (e fischiettìo che accompagna)…La…Re…
“Patience”.
L’ultima volta che l’ho cantata dev’essere stato con Pippo, a far su quattro monete e divertirci, per strada, i Barbonauti. La cantavo, sapevo il testo, e non era altro che una ballata d’amore molto bella.
La canto ora, e avrei voluto scriverla io, non molti giorni fa.


Shed a tear ‘cause I’m missing you
I’m still alright to smile
Girl, I think about you every day now
Was a time when I wasn’t sure
But you set my mind at ease
There is no doubt you’re in my heart now…

Sì, mi ero chiesto se me la sentissi, in fondo, di voler legarmi a una persona, dopo tanto tempo di beata solitudine, ma il tuo sorriso e il tuo profumo, tuo e non di boccetta firmata, non mi avevano lasciato scelta. Non ero deciso, peggio! Peggio, ragazza mia, peggio. Dopo tanto tempo.

No, non c’erano dubbi, nessuno più. Ne avevo avuti, ma dopo le nostre parole e la nostra discussione, al limite del litigio, non avevano più motivo di esistere. Dopo il “ti devo parlare” al pub, le tue parole, le mie parole, il nostro abbraccio, e il cinema la sera dopo. Almeno…io. 
Ma non è una colpa che ti affibbio, assolutamente, e chiunque si può rendere conto che tre anni con una persona non si dimenticano in uno, due mesi, per quanto uno viva quei mesi avendo conosciuto un’altra persona, bella fisicamente e interiormente, con cui si abbiano condiviso momenti intensissimi e felici.
E non hai più saputo cosa fare. Crisi, crisi totale e nera, che non ti fa studiare e non ti fa dormire…
Ricordo l’sms che ti inviai quella domenica sera per cercare di aiutarti e farti sentire più tranquilla, immaginandomi di vederti mentre ti spogli, come a te piace dormire, e ti infili sotto le coperte, il mondo fuori da quel letto, lontano, stasera stammi lontano, e con un sospiro chiudi gli occhi, un po’ più serena. Il “minore di tre” che mi inviasti tu come risposta lasciava ben sperare che l’immaginazione fosse la realtà, per quella sera. E, ancora, la canzone…



Said woman take it slow
It’ll work itself out fine
All we need is just a little patience
Said sugar make it slow
And we’ll come together fine
All we need is just a little patience
Patience, patience, patience


I sit here on the stairs
‘Cause I’d rather be alone
If I can’t have you right now, I’ll wait dear
Sometimes, I get so tense
But I can’t speed up the time
But you know, love, there’s one more thing to consider


Ti ricordi?, “Non c’è nessuna fretta. Non sentirti in obbligo di decidere il prima possibile, prenditi tutto il tempo del mondo, nessuno ti rincorre. Prenditi tutto il tempo del mondo”. Era solo il giorno dopo quell’sms, e la realtà era l’esatto opposto della mia speranza. Non eri ancora sicura della tua scelta, ma come si può paragonare un solo mese di conoscenza ad anni di amore? Non eri sicura, e rassicurandoti sul tempo che potevi prenderti cresceva in me la consapevolezza di non poter competere in nessun modo con il tuo ragazzo, in affinità, ironia, passione. Nulla. Ansia, poi euforia che si accompagna a lampi di razionalità – “Non funzionerebbe mai, ma sei una bellissima persona, rimaniamo amici, ormai ti voglio bene”, ed ero io a dirlo – e poi amarezza. Perché la consapevolezza che non andremmo mai d’accordo, conoscendoci ancora meglio, non cancella il mese più intenso che una ragazza mi abbia fatto vivere da che non ho più una ragazza. I sentimenti, a braccetto con il ricordo dei momenti felici – come tu mi prendevi a braccetto, per strada – annullavano la ragione e l’oggettività dei fatti. Quando si dice farsene una ragione, perché la ragione non c’è più.

I’ve been walkin’ these streets at night
just tryin’ to get it right

Esattamente.
E, ora che posso ricordare, e ricordando parlarne, e parlandone sorridere di questo attimo di vita, non so se mi sia fatto una ragione di quello che è successo. Mi suona troppo come una frase fatta per dirlo. Preferisco dire di aver “voltato pagina”, perché credo che sia così con le persone, non solo in amore. Pagine più lunghe, più brevi, alcune si interromperanno solo per la vecchiaia nostra o altrui, altre hanno solo poche righe; ma anche quando riusciamo a voltarla, quella pagina, quella non si cancella, ma rimane nella parte del nostro libro che abbiamo già vissuto, che abbiamo già letto per la prima volta, e volenti o nolenti fa parte del nostro libro – e siamo solo dei vili se prendiamo la pagina e la strappiamo. Le parole, sì, non ci saranno più, ma rimarranno i denti di carta a dirci che lì c’era un pezzo della nostra vita, e noi l’abbiamo buttata via. Non potremo mai dimenticarcene davvero.

Un mese circa riassunto in 5 minuti e 56 secondi da una canzone del 1988.
Voce che sfuma, arpeggio sempre più piano…

Ah, la Les Paul di Slash che dà inizio a “Sweet child o’mine”. Eh, anche su queste note, quanti altri ricordi, più lontani, erano i tempi delle superiori quando Pippo mi chiese se sapessi suonare la batteria, stava mettendo in piedi un gruppo…

Sfo

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