"Se una notte d’inverno tre beoni…" – manoscritto ritrovato nella perdizione del mercoledì sera

Avvertenza per il lettore.
Il seguente pezzo è stato scritto a sei mani (anche se ognuno ne ha usata una per volta, per un totale di tre effettive), nella notte di giovedì 10 novembre 2011, in un’ora imprecisata fra la mezzanotte e le 4 del mattino, in un locale di Pavia. Ho cominciato io, il Prode, per poi passare la penna all’Illustrissimo, che la passava poi al Glorioso; ogni autore, però, poteva leggere solo il frammento scritto da quello prima di lui, e non più indietro. E’ stato riletto alla fine, per vedere cosa fosse potuto risultare, dopo quattro birre a testa e un rinforzino bevuto a casa prima della serata.
FATENE BUON USO, MA FATE ATTENZIONE –

Prode: “E invece no. Ti sbagli.” disse, aggrappandosi alla pinta.

Illustrissimo: “No no, cazzo, ti posso giurare. Se n’è bevute sei. E poi ha rimorchiato la barista. Alice, si chiama. Ha quei capelli lì, che – madonna…”

Glorioso: E poi c’era questo rituale: alla Alice piacevano quelli coi cazzi grossi – tanto che, ogni mercoledì sera, si trombava colui che dimostrava di avere il cazzo più grosso. E il modo per dimostrarlo era questo rituale, appunto: si metteva olio d’oliva nella birra, e chi ne metteva di più aveva il cazzo più grosso. Alla Alice piacevano molto, le olive.

Prode: “Posso dirti che non è così. Mi piacerebbe, dico, essere come tu dici, aumenterebbe la mia autostima di dieci centimetri – ma se sono così, lo devo anche a questo. Essere nella norma quanto a pene, ma avere – umilmente – una sensibilità nelle cose che solo pochi – e certo voi – possiedono…Mi eleva al di sopra dei comuni mortali. “Ci” eleva.

Illustrissimo: “Fanculo. Facciamoci un altro giro.”
Aspettano. Arriva. Alzano i boccali. Si puliscono le labbra.
Sentono il bisogno di una sigaretta che estraggono dal pacchetto, o girano in una cartina, prontamente – Soldati del bicchiere, Cialtroni da battaglia – e aspettano. Aspettano la gloria, che si è già dimenticata di quel tavolo posandosi, di nuovo, sulla fronte della cameriera. La gloria del momento, la gloria della voglia.



Glorioso: E poi uno di loro, il più sbronzo chiaramente, si alza dal tavolo col boccale in alto, e urla
“PROST!”

Il pub è semivuoto. Tutti lo sentono, tutti lo guardano.
Lui scandisce male – malissimo – le parole:
“La gloria? La gloria è troppo caduca. Perché si parla di gloria imperitura, non lo so! Io dimentico in fretta, e tutti dimentichiamo! Siamo dei malati di Alzheimer in potenza! Potenziali assegni da casa di riposo! Ma perché dico “noi”? Parlo di “voi”!, noi siamo leggenda, e questo è il posto che lo ha sancito! Questo posto, grazie a noi, ha una storia da raccontare. E ricordate che ognuno, ogni persona che incrociate, ha vissuto una vita. E ha tanto da raccontare! – ma gli altri si erano già girati. E lui tornò a bere, e a lavorarsi la cartina.

Prode: “Gli “altri”… Agli altri non importa nulla di noi finché non riguarda loro. Non capisco però fino a che punto sia egoismo o  istinto di conservazione. E forse, come al solito, la verità sta nel mezzo. Non so te.”

Illustrissimo: “Gli altri sono pedine da far saltare. Se tra me e l’amore – la libertà, la giustizia, Dio, un sovrano, la volontà – sta la vita di qualche innocente… Beh, cazzi suoi. Era nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Gli “altri” sono solo altro da me. Alcuni – pochissimi – possono essere salvati. Gli “altri” saltano senza pietà.”

Glorioso: Tutto tace. I tre si producono nell’ultimo cimbrisi. Uno mangia l’ultima patatina.
Le luci sono ormai soffuse – gli altoparlanti, muti.
Un’ordinaria serata di leggenda è finita, e il sole sorgerà nel giro di poche ore.
Amen.

(Trascrizione: Sfo)

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