It’s better to serve in Heaven than reign in Hell – lo Sfo alla maturità

Continuiamo la serie dei “manoscritti ritrovati”: questo – anche se è solo una fotocopia, per ragioni legali – è il tema che scrissi nel 2009 per l’esame di Stato. Non so con quali metri lo giudicarono degno di 15/15 (non mi lamentai, comunque!), tuttavia lo reputo un pezzo carino, anche alla luce delle esperienze successive a quello scritto, e pensando che ora scrivo su un mio blog gli attuali pensieri di questo eterno mistero chiamato fig…Ehm, amore.
PS avviso subito che potrebbe risultare – STRANO! – un po’ lungo, ma cosa volete mai, i professori non eran contenti se non si fossero scritte almeno quattro facciate di foglio protocollo. Ergo, se volete leggerlo prendetevi una giornata sabbatica. Io vi ho avvertito. Buona lettura!

“La vita quotidiana è un eterno purgatorio. Nell’innamoramento c’è solo il paradiso o l’inferno, o siamo salvi, o siamo dannati” [F. Alberoni]. Modificando leggermente un verso di “Paradise lost” del poeta inglese John Milton, abbiamo voluto intitolare così questo articolo per sostenere che, nella monotonia della vita quotidiana, è meglio servire, mettersi a disposizione di un’altra persona rendendola felice, che regnare, essere padroni di noi stessi, in solitudine. In un quotidiano che molto spesso è anzi un inferno, l’uomo ha bisogno di un piccolo angolo di paradiso. “Tutta la nostra vita è rivolta verso una meta il cui premio è la felicità”: l’amore ci aiuta offrendoci momenti, anche se a volte piccoli, di felicità nella banalità di tutti i giorni. Occorre però fare un chiarimento, perché innamoramento e amore non sono la stessa cosa, ma due fasi, due momenti di un processo in cui due infelicità si incontrano, e la loro unione crea felicità (per confutare Schopenhauer). L’innamoramento è la fase della passione, dell’attrazione (non solo fisica), dell’ “amare”; l’amore è l’evolversi dell’innamoramento in cui non solo si ama, ma più profondamente si “vuole bene”, ovvero si vuole il meglio, il massimo per chi si ama. In questa evoluzione amore e innamoramento convivono e devono convivere: voler bene senza passione, senza attrazione muterebbe la relazione e porrebbe i soggetti in un semplice rapporto di amicizia. L’innamoramento dunque è fondamentale: unito all’amore, ci permette di tralasciare le cose più superficiali, i difetti di chi amiamo, e di concentrarci solo ed unicamente sulla persona amata.
Il quadro del pittore belga René Magritte “Gli amanti” rappresenta molto bene quanto detto: due persone si scambiano un bacio appassionato, mentre i loro visi sono celati da veli. Non possiamo conoscere l’identità dei due amanti, né giudicare il loro aspetto fisico. Sappiamo solo che si amano e questo è l’importante, e se pure fossero senza veli il giudizio di una persona esterna non importerebbe loro, perché l’amore colma il loro essere. Certamente per i due amanti i veli non esistono, giacché essi si conoscono l’un l’altra perfettamente: i veli esistono per noi osservatori, che non possiamo comprendere i mutamenti, anche fisici, che l’amore è in grado di generare nelle persone. Il mistero che avvolge i due amanti pure richiama un componimento di Pablo Neruda in cui il poeta rivela il proprio amore con le parole “T’amo senza sapere come, né quando, né da dove…”. Solo l’amore conta, e null’altro.
[inciso – l’analisi dell’opera è completamente sbagliata: non sono veli ma è un sudario e l’opera, nell’intenzione dell’autore, indica angoscia e pesantezza, senso dato proprio dal sudario, panno pesante e quasi funebre. Ma il bello dell’arte è che ognuno legge nelle opere quello che sente in quel momento, a discrezione dell’intento dell’autore (al quale magari girano le balle perché il proprio pensiero non è stato capito, ma anche l’arte è un rischio)]
I mutamenti maggiori, però, sono quelli emotivi: vivendo un amore sembra di stare bene, di stare meglio (come avviene, effettivamente: studi scientifici, portando l’amore in laboratorio, hanno rivelato che amare ed essere amati induce l’organismo a produrre endorfine, gli ormoni responsabili del senso di benessere). A volte, sembra di essere sollevati, senza peso; sembra di volare o “toccare il cielo con un dito”, come si usa dire. A tal proposito ci viene incontro il pittore Marc Chagall, col quadro “La passeggiata” in cui due innamorati passeggiano per la campagna. La scena è surreale, metaforica: l’uomo tiene per mano la donna, che pare volare nel cielo. Osservando attentamente, notiamo che la figura della ragazza non è completamente all’interno del quadro, ma la sua mano sinistra esce da esso, amplia la scena, e lascia intendere che la felicità della donna sia così grande da farle oltrepassare il limite del cielo, imposto dalla geometria della tela. Come se il cielo fosse tangibile, ella pare davvero toccarlo. [questa volta l’analisi era corretta – ogni tanto fra artisti ci si capisce, umilmente parlando!]
Non si può negare, tuttavia, che i mutamenti in una coppia che si ama, e che si vuole bene, non siano sempre piacevoli; viviamo, dopotutto, una vita mortale ed effimera, e il tempo più spesso genera cambiamenti che non vorremmo. Ma l’amore va oltre: “Love is not love, if alters when alteration finds”. Citando William Shakespeare, l’amore non è amore se muta quando incontra cambiamento, e non muta nemmeno sotto i colpi della falce del tempo. Se mutasse, non sarebbe amore ma semplice passione e attrazione, sarebbe l’innamoramento che non si è evoluto; non sarebbe un sentimento ma una pulsione. Come tale, sarebbe destinata a perire, perché la pulsione dell’innamoramento si ferma all superficialità, all’aspetto esteriore e dunque ignorante. L’amore, al contrario, è curioso, e riconosciute le qualità esterne vuole conoscere l’altra persona interiormente, il più possibile, nell’animo, dov’è celata la bellezza vera e capace di eclissare ogni difetto esteriore.
L’amore è eterno, ed esiste; se una relazione ha termine, significa che ciò che si è vissuto non era completamente amore, o non lo era del tutto. Si trattava certamente di qualcosa di bello, di piacevole, ma non di amore, e dunque ciò che abbiamo vissuto finisce. Raramente, nella vita, incontriamo l’amore, e l’unico modo di sapere se ciò che stiamo vivendo lo sia davvero o sia una semplice ed effimera infatuazione, è correre il rischio di vivere intensamente la nostra esperienza, sperando che chi amiamo ci corrisponda. Aut aut: o è amore, e sarà per sempre, o non sarà nulla; come dice Alberoni, “o siamo salvi, o siamo dannati”. Ma è un rischio che si deve avere il coraggio di correre, lasciando ogni paura di dolore, lasciando ogni incertezza. La gioia che riserva quel paradiso chiamato amore deve darci la forza di superare il timore di quell’inferno che è la fine di una relazione. Ma inferno peggiore è la vita di solitudine, e a buon diritto possiamo chiamare codardo chi non ha il coraggio di amare almeno una volta nella vita. La saggezza popolare insegna: “Meglio aver amato e aver perduto, che non aver amato mai”.

Quanto è cambiato nel mio pensiero – e nel mio scrivere – da allora, salverei veramente poche frasi.
Quanto è vero che poco di quello che impariamo a scuola serve poi nell vita. Almeno, per quanto riguarda le materie scolastiche.

Sfo

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