Giocatevela

So che non dovrei parlare sempre di calcio, ma sarei ipocrita se vi dicessi che la giornata di Champions League conclusasi ieri sera non mi ha fatto riflettere per lungo tempo su un argomento.
Ricapitoliamo: passa il Napoli in un girone impossibile, il mio Marsiglia compie una delle imprese sportive più memorabili della storia del calcio, e il Manchester United esce in un girone con Basilea e Benfica.
E, ecco, io non ho potuto fare a meno di riflettere, e di farlo a lungo.
Così ho deciso di raccontarvi una storia, una delle mie.
Era dicembre del 2002, avevo 13 anni, e frequentavo la terza media. I miei risultati erano assolutamente scadenti, e d’altronde non sono mai stato una cima a scuola.
Un bel giorno ci furono i consigli di classe, e il mattino dopo distribuirono a me e i miei compagni un foglietto su cui indicavano l’iter che, a loro dire, sarebbe stato più indicato per il prosieguo della nostra carriera scolastica.
Inutile dirlo, io mi sono beccato un bell’ “Istituto professionale”.
Come a dire: caro Enrico (all’epoca non ero ancora conosciuto come Beppe), impara un lavoro e renditi utile per la società. Difficilmente riuscirai a combinare altro nella vita.
La cosa per cui non ringrazierò mai abbastanza mamma e papà, però, è quella di avermi fatto particolarmente ambizioso.
Io, con tutto il rispetto per gli istituti professionali, avevo già in mente ciò che avrei voluto fare e, consultandomi con mio padre, abbiamo convenuto che sarebbe stato meglio sapere quantomeno l’inglese ed un’altra lingua. Così andai al linguistico.
E lì sapete grossomodo tutti le peripezie che ho affrontato (che in una cert’ottica danno pure ragione ai miei prof delle medie).
Adesso sono in università, e sappiamo tutti come sono diventato. Collaboro con una redazione in cui mi vedo ben inserito, scrivo racconti per conto mio e un blog che, nel suo piccolo, ha comunque qualcuno che lo segue, e lo faccio in compagnia dell’amico e del fratello migliore che si possa trovare.
Ho smesso di fumare, bevo il giusto, tutte le persone che incontro si complimentano con me per le mie pagelle.
So che c’è ancora tantissimo lavoro da fare. Devo impegnarmi per il mio futuro universitario quanto mai incerto, devo migliorare il contributo che fornisco alla redazione, ogni cosa che gira intorno a me, mi fornisce degli stimoli per migliorarmi in parte.
Non so chi sarei diventato se, in quell’inverno del 2002, avessi scelto l’indirizzo professionale.
Ma per quanto non mi rispecchi nel me stesso del 2002, una cosa che mi ha sempre contraddistinto, è stata la voglia di giocarmela.
E questo è il miglior consiglio che possa darvi: giocatevela. Fatelo perché chi rischia avrà, nel bene e nel male, tante storie da raccontare, e potrà dire di non aver lasciato nulla di intentato. Si vive pur sempre una volta sola.
-Beppe-

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