Quanti anni avete?

“Se non le faccio adesso, queste cose, che ho vent’anni…”

In questa frase c’è una concezione della vita totalmente preconfezionata e chiusa, prestabilita, costretta in schemi consueti.
E mi fa più o meno la stessa rabbia di chi dice che giocare a carte, bere vino, parlare in dialetto – la lingua della propria terra, dopotutto, anche se sempre meno la prima che si impara – siano cose “da vecchi”.
(Mi chiedo allora cosa siano le cose “da giovani”.)
La frase è chiara. Ho vent’anni, ergo posso fare qualsiasi cosa mi passi per la mente – certo, magari non proprio “qualsiasi” – che poi la vita è una sola, e vent’anni li si ha solo una volta.
Ho vent’anni, ergo non ho – e non devo avere responsabilità. Avrò tutta una vita, poi, per averne: il lavoro, la famiglia, i figli…
E chi te lo ha detto, che “poi” potrai permetterti queste responsabilità?, o altre? Chi te lo ha detto che la vita andrà come la maggior parte delle vite che conosci, nella routine di tutti i giorni?
Si può essere “ventenni” ogni volta che lo vogliamo, nella nostra giornata e nella nostra vita – certo alcuni limiti estremi ci sono: magari, il freeclimbing a 79 anni lo eviterei, e arrivarci a quell’età. Possiamo sentire ora dieci, ora novantadue, ora trentacinque anni durante la nostra giornata, magari anche soltanto per la presenza o meno di alcune persone, o l’esistenza di alcune situazioni.
E’ una frase – “Se non lo faccio adesso etc.” – che contiene una paura forse implicita, inconscia, della vecchiaia e del tempo (e non si parli di quella parola brutta brutta, guai a dire “MORTE”).
Hai paura che questi anni non tornino mai più?
Non torneranno, lo sai bene. Il duemilaundici, fra pochi giorni, sarà finito. Ma la concezione stereotipata ti fa associare i vent’anni alla libertà – dovuta, per di più; “poi”, la vita come responsabilità, la vecchiaia come mazzi di carte e bianchini o Barbera, o peggio tristezza e malinconia di quello che è stato.
Ma ha detto bene, molto bene, il mio carissimo amico Zio Athos – al secolo Andrea Maietti da Cavenago:


“Non sono gli anni che fanno un uomo vecchio,
sono i dispiaceri.” 

Basterebbe smettere di voler vedere soltanto gli anni anagrafici
lasciar perdere la “carta”
e ricercare la propria identità;
lasciar perdere quello che dice un documento
che talvolta parla per noi
e cercare di capire se anche noi abbiamo
qualcosa da dire.

Sfo 

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