Primo appunto (dei quadernini verde-acqua)

L’unico rammarico è non aver segnato la data. Ricordo solo che era un inizio serata di agosto, del 2010. E il tempo trascorso da allora è relativo – “anche ieri sembra ormai secoli fa…” [autocit.]

Il Wellington, alle 20:12, non è roba da tutti.
Le macchine che passano, come i tamarri che sfrecciano coi loro motorini, ci son sempre – ma, altrimenti, non saremmo a Lodi. Sarà l’atmosfera del tramonto, dipinto appena sulle case dirimpetto al pub, ma è proprio bello stare qui, anche a quest’ora, anche se il clima dell compagnia arriva più tardi. Ma c’è un venticello lieve, e il Valtellona – condito con una Lucky Strike – mi fa stare bene.
Penso alle donne della mia giovane e finora breve vita, penso alla giornata ormai sera, penso alla gente che viene e che va, e chi lo sa. L’estate è quasi bella, qui a quest’ora, pensa te. E’ un piccolo paradiso di serenità e felicità.

La felicità – ci pensavo, a volte – è un attimo. E’ un momento, è come uno schiocco di dita. L’avete presente, lo schiocco delle dita, fra medio e pollice? Provate.
Nel momento in cui sfregate i polpastrelli, non vi rendete conto del gesto – ed ecco il rumore dello schiocco, che è un momento, appunto, e poi più niente. Rimane solo la sua eco nelle orecchie, nella testa, che pian piano sfuma.
Ecco. La felicità, per me, è questo. E’ solo un momento – e quando in un lampo ti accorgi di sentirti felice, l’attimo è già passato, e ti rimane solo l’eco della felicità nella mente – e nulla più. E forse è meglio così, l’uomo è talmente stupido che se la felicità durasse un poco di più di un attimo, ci si abituerebbe, e tutto perderebbe di senso. Quando sento il lampo della felicità, allora schiocco le dita, quasi per allungare di un niente quel momento.

La felicità non è per sempre. E meno male.
Sfo
PS da notare che, all’epoca, non avevo ancora perso il dono della sintesi. Chissà che fine ha fatto (domanda retorica, o per rispondere pubblicherei l’ennesimo pezzo biblico.)

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