Abbracciare l’eternità

Sono sempre stato educato a pensare che niente duri in eterno.
L’incolumità delle mie rotule, l’imbattibilità della Juventus in campionato, le relazioni sentimentali.
Il punto è questo: persone, fatti e cose non hanno un inizio e una fine, sono intrinsecamente legati all’eternità, sono di passaggio.
La data di nascita, per esempio, è una grandissima cazzata.
Dal terzo mese di gravidanza, legalmente parlando, l’aborto è da considerarsi come omicidio volontario. Questo significa che già al terzo mese siamo vivi, siamo NATI. Perché non festeggiamo il compleanno sei mesi prima, allora? Ve lo dico io perché: perché sarebbe altrettanto sbagliato.
Noi, in principio, eravamo uno spermatozoo. Chi può dire da quanto tempo viaggiavamo nelle palle di nostro padre pregandolo di non finire in un fazzoletto o dentro un preservativo? Suvvia.
Date di nascita, compleanni e pietre miliari sono cazzate. Siamo di passaggio e basta.
Mi ricordo il mio primo mercoledì sera a Pavia. E’ stata una bella serata, ero a casa di una ragazza con cui, ora, non esco quasi più, con persone che oggi vedo solo sporadicamente, e alcuni personaggi che, il tempo, mi avrebbe mostrato come i migliori amici che io abbia.
Ho iniziato a uscire spesso, il mercoledì sera.
E’ andata così nel 2011. Va così nel 2012. Andrà così, si spera, anche nel 2013.
Se le mie imprese saranno tali da avere una eco, anche se nel 2014 non sarò più qui in questo posto, si continuerà a parlare di me.
Si continuerà a parlare di quelli di lettere che non erano sociopatici: delle sbronze del Sandrone e delle serate moleste della Bea, degli svarioni del Minaz e dei cambi di operatore telefonico dello Sfo.
A me rimarrà una grande nostalgia.
Perché, vada come vada, io qui lascerò un pezzo di cuore, anche se spero pure di portarmi qualcosa dietro.
Vorrei portarmi dietro i padrini e le madrine dei miei figli, i miei testimoni di nozze, le persone con cui trascorrerò la mia vecchiaia alla bocciofila bestemmiando dietro ai giovani calciatori che non corrono.
Vi racconterò una storia:
Era il 29 settembre di un anno a caso.
C’era questo ragazzo, aveva 21 anni compiuti da poco. Lo chiameremo J.
Quel giorno si svegliò molto presto, inforcò la macchina e intraprese un viaggio verso il futuro.
Il futuro gli riservava, per prima cosa, una coda infernale. Chilometrica, davvero.
Gli diedero un numero: era il 316. Aveva 294 persone davanti, e la tentazione di mandare tutto all’aria era veramente forte.
Il caldo era ancora definibile assassino, trovare riparo era un’ardua impresa. Ma ce la fece. Vide molte persone, alcune gli facevano paura, altre se le voleva scopare. Era un vizioso, quel J.
Riuscì a passare, sette ore dopo.
Nella foto che gli fecero per il libretto universitario, J era un fottuto figo. Sguardo cattivo e determinato, lo sguardo di chi aveva fatto sette ore di coda e si era ripromesso che, dopo una giornata simile, non avrebbe mai mollato.
Avrebbe conosciuto molte persone. Avrebbe imparato a cavarsela da solo quando aveva fame e quando aveva freddo. Aveva voglia di misurarsi e mettersi in gioco per ciò che era, non è mai stato un grande attore.
Da qualche parte, J deve ancora averlo quel biglietto con quel numero: il 316.
Quel biglietto è la dimostrazione che lui non mollerà in qualunque circostanza, ch la sua esperienza universitaria durerà sino alla fine dei suoi giorni, è la dimostrazione che il tempo abbraccia l’eternità rendendo vacui i concetti di inizio e fine.
Quel foglio era stato stampato il 29 settembre, sì, ma da quanto tempo era lì ad aspettare di essere stampato?
Tanto quanto J ne ha passato tra i coglioni di suo padre, prima di vincere la prima, importante, corsa della sua vita.
Va così. Siamo di passaggio senza punti di riferimento.
Dobbiamo accettare di essere un minuscolo frammento d’eternità e metterci l’anima in pace.
Noi come le nostre storie, le nostre relazioni e le nostre cose.

-Beppe-

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