La libertà ha bisogno di una coscienza civile e politica [ATTENZIONE: CONTENUTO QUALUNQUISTA – a meno che anche voi vi siate rotti i coglioni di categorie che puzzano ormai di "morto"]

Dalle pagine di un tomo di letteratura, che tratta del periodo neoclassico – siamo all’incirca in quel periodo che va dalla Rivoluzione francese all’Impero di Napoleone Bonaparte – può capitare di arrivare a capire la falla che sta facendo affondare il nostro Paese in questi tempi, poco più di duecento anni dopo quel periodo. Allora, uno storico napoletano – Vincenzo Cuoco – arrivava a capire, nel suo Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, i motivi circa il fallimento di quell’esperienza rivoluzionaria che aveva portato all’instaurazione della Repubblica Partenopea, con la città rientrata in possesso dei Borboni – e gli stessi motivi saranno alla base dei successivi tentativi fallimentari, nel progetto di unificazione nazionale, del 1821 e del 1848.
La libertà ha bisogno di una coscienza civile e politica, senza la quale ogni pensiero di uomini pensanti e attivi rimane mero esercizio intellettuale circa la loro attualità; come dire che, per quanto un padrone possegga ettari di terreno, solo con l’impiego della giusta forza lavoro, le “braccia dell’agricoltura”, si può far fruttare quegli ettari, o il padrone potrà soltanto farsi vanto dei propri possedimenti, senza però che essi servano effettivamente a qualcosa. In quest’ottica – badate bene, puramente una metafora – il padrone è l’intellettuale, che possiede i campi, cioè le idee, e i lavoranti sono il popolo. Più i lavoranti sono istruiti su come far fruttare i campi, e più questi risulteranno floridi e rigogliosi, e produrranno frutto, e di tale frutto tutti si ciberanno poi – in ugual misura. Perché se nella realtà al padrone spetta una parte maggiore del raccolto, nella società a tutti spetta la stessa parte, all’intellettuale che ha proposto l’idea così come al popolo che ne ha permesso la realizzazione, perché tutti vi hanno collaborato – chi con la mente, e chi, non avendo tempo per riflettere ma che ne trova comunque per pensare, col proprio lavoro – e tutti, dunque, devono goderne senza differenze di quantità o qualità.
Sembrano idee uscite da un pamphlet settecentesco o redatte da un giornalista risorgimentale, eppure tali idee sono di quella tipologia che, da quando sono state scoperte e comprese dagli uomini, saranno sempre valide, e il fatto che se ne parli ancora negli anni 2000 non fa che appurare questa tesi – e rattristare le persone allo stesso tempo. Perché sicuramente intellettuali illuministi e uomini di pensiero ottocenteschi scrivevano ciò che pensavano con la speranza, certo utopica, che prima o poi si raggiungesse un benessere comune e un tipo di stato in cui tutti avessero avuto possibilità di esprimersi e decidere, ma soprattutto che tale benessere e stato si mantenessero dopo il loro raggiungimento.
Così si attese il 1861 per la nazione unita, anche se fu un fatto tragico come la Grande Guerra ad unire gli italiani, diversi nel parlare e tuttavia uguali per la propria divisa (anche se tutti, tutti coloro che ebbero la disgrazia di prender parte a quegli eventi bellici si accorse ben presto di quanto si fosse uguali ad austriaci e inglesi, a tedeschi e francesi quando il fango delle trincee e della guerra copriva le divise, e le nuove armi da fuoco mostravano, ancora una volta, l’altra faccia del progresso). E, vanificando le speranze e i progetti realizzati nel Risorgimento, l’Italia si trovò divisa ancora dal colore nero, per ritrovarsi – parzialmente – sulle montagne per ricostruire letteralmente il Paese, rimettendo in piedi le case e seppellendo vittime di entrambe le parti, con colpe da entrambe le parti – e mai, temo, riuscirò a distinguere morti di una parte e dell’altra, forse perché non ho avuto famigliari direttamente coinvolti in quegli eventi, e sebbene mi paia di intuire una minor colpa da una parte non posso fare a meno di esser certo che la guerra fece orrori a destra e a sinistra, letteralmente.
Poi il 1948, la repubblica e la Costituzione; il mondo spaccato a metà fra Stati Uniti e URSS; gli anni di piombo, la DC; per arrivare ai giorni nostri, con un governo umanamente impossibile da votare e allo stesso tempo un’opposizione quasi inesistente e poco credibile, non fosse altro per le solite facce che si vedono e le solite solfe che si sentono, diffuse da quotidiani e telegiornali attendibili solo nel momento del titolo dell’articolo o del servizio – ma, a ben vedere, solo i lanci d’agenzia sono esenti da opinioni – le quali sono sempre, anche se in minima parte, faziose. L’uomo della strada, l’uomo comune che non può permettersi di perder tempo a riflettere ma che non perde la voglia di pensare, si trova solo e impotente in situazioni come in quella attuale.
Ma se solo l’uomo della strada arrivasse a capire che sono più di 50 milioni quelli come lui, che ogni giorno lavorano per chissà quale miseria di stipendio, senza nemmeno più la certezza di una miseria di pensione, che hanno poco più della prole e della famiglia quale ricchezza, proletari post-litteram, e che in poche parole “non ce la fanno più”, anche solo tale coscienza porterebbe a una nuova visione della realtà delle cose, e forse a una nuova prospettiva per il futuro. Personalmente, faccio parecchia fatica a portar fiducia in un’organizzazione partitica o in un movimento, perché man mano che l’organizzazione si ingrandisce e si allarga per forza di cose i soldi iniziano a girarci dentro e iniziano a girarne talmente tanti che non si può non averne paura. Lasciando perdere il vil danaro, anche solo la fama che l’uomo di spicco del movimento acquista con le proprie parole e le proprie idee è pericolosissima, e pericolosissima per l’uomo stesso che potrebbe perdere la testa esattamente come i vincitori dei jackpot milionari che si ritrovano, in un breve lasso di tempo, a dover gestire una fortuna mai immaginata. A mio modesto avviso, basterebbe che ogni uomo, ogni persona singolarmente, maturasse questo pensiero e questa coscienza, di non essere solo al mondo o nel proprio Paese con quei problemi, quelle speranze, e che bisognerebbe essere liberi di poter cambiare le cose da fuori dei Palazzi e senza una Poltrona. Chissà quanti onorevoli hanno fatto carriera dal proprio paesello di provincia col pensiero di arrivare a Roma e poter aiutare altri come lui a rimettere in piedi questo Paese, per poi rimanere invischiati dalle filigrane o costretti a stare zitti e buoni – anche tramite filigrane – per evitare di diventare i prossimi Falcone e Borsellino e senza nemmeno poi una via dedicata nelle periferie.
Coscienza civile e politica: quanto “basta” (tra virgolette, perché ce ne vuole per arrivare a tale obiettivo!) perché l’Italia rinasca dalle proprie ceneri. E “coscienza” va di pari passo con “memoria” – e fra i tanti aforismi fini a se stessi, ha grande importanza in questo ambito quello di Oscar Wilde che recita “Una coscienza pulita è indice di cattiva memoria”: solo ricordando cosa è stato il nostro Paese prima di noi possiamo pensare di costruire qualcosa di serio e utile, ma dobbiamo anche avere la consapevolezza che quasi sicuramente sarà chi verrà dopo di noi a poter godere i frutti del nostro pensare e del nostro agire. Solo ricordando cosa ha voluto dire il Risorgimento, la Grande Guerra, il Ventennio, la Resistenza, gli anni di piombo, le bombe di Milano, Brescia e Bologna, possiamo dirci italiani e consapevoli di esserlo – e se qualcuno se ne frega, vanifica il sacrificio di chi ha scritto, ha lavorato, ha combattuto ed è morto per noi, figli di quelle imprese. Se ce ne freghiamo, di quello che è stato e di chi è stato prima di noi ma che a noi come patria ha pensato, premettendo gli altri a sé, non solo faremo morire quelle persone due volte, ma noi stessi siamo già morti, e ce la meritiamo tutta, questa realtà, di vivere per arrivare alla fine del mese stentatamente, di lavorare solo in funzione delle ferie che mai riusciremo a goderci perché ce le rovineremo da soli per le più superficiali cazzate, appagati solo dalla felicità che mette in vendita la società in cui viviamo, e se possiamo permetterci la macchina che abbiamo sempre sognato, e possiamo vedere la peggior spazzatura attraverso televisori al plasma e poter salutare il vicino con l’ultimo modello di cellulare, a chi interessa riflettere sul fatto che solo quando abbiamo in mano tutto ciò ci sentiamo “felici”? A chi interessa capire che non è felicità ma solo il sedativo che la società ci vende in comode rate vitalizie? Ma a chi interesserebbero più queste puttanate, quando arriveremo tutti (o quasi) a capire che c’è altro oltre all’auto, al televisore, e che le amicizie si stringono ancora di persona, con le parole e guardando in faccia l’altro, e non solo su un “profilo”?
Ma la natura umana è lenta alla comprensione della realtà finché un fatto eclatante non interviene a svegliarla, finalmente; sicché, temo che se questo stato di crisi perdurerà senza tuttavia togliere macchina, telefonino e televisione all’italiano medio, cavalieri e comunisti rimarranno ai propri posti, gli uni propugnando leggi e riforme buone per sé e per l’appoggio dei bigotti, gli altri urlando sempre e solo alle dimissioni dei primi senza riuscire a proporre qualcosa di davvero valido per la nazione. E’ un’amara conclusione, ma se davvero fossero riusciti a proporre qualcosa di importante e utile non mi troverei qui ora a terminare in questo modo la mia riflessione.
“La libertà ha bisogno di una coscienza civile e politica (…) se si vuole evitare il ripetersi dell’insuccesso dei patrioti napoletani, morti tra l’indifferenza e talora tramite l’ostilità popolare.”
Ancora una volta, se siamo persone e non gente, l’indifferenza rimane la nostra peggiore nemica.
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