Tempo di esami II – un omaggio

Pare proprio che, trovato uno spunto, fatto un primo passo, poi si riesca ad esprimere quel milione di cose da dire che ognuno di noi ha.
Questa volta, però, faccio parlare uno dei miei Maestri – di vita, ma anche di “moto” (che, per chi ha vissuto una parte della propria vita col culo a pochi centimetri dall’asfalto, è la stessa cosa. Maestro di “moto” = maestro di vita).
Lascio la parola a lui, e se avete voglia di conoscerlo meglio, questo è il suo sito: http://www.threepercenters.it
C’è molto da imparare. Sempre che uno ne abbia voglia, di imparare.

Sfo

2 gennaio 2011
Pioveva, cazzo.

Pioveva, cazzo, anche se dalla finestra non si vedeva e sono uscito così, con i jeans e le Clarks.  Ma chissenefrega, penso, mentre le gambe sono già completamente bagnate, manco stessi attraversando una palude, invece del centro di Milano: qualcuno aveva detto che gli arlisti devono soffrire.  Una frase strana, che racchiude in se un po’ di verità.  Gli arlisti devono soffrire, è vero, mentre li vedi attaccati a quei piccoli manubri, arrancare a centodieci in autostrada, senza parabrezza e con i mezzi guanti, mentre vicino a loro sfrecciano a centosessanta i grossi giesse iperprotetti o anche qualche dannato scooterone.  Anche se però oggi non sembra esserci nessuno di questi privilegiati in giro per le strade.  Ci sono io, in questo primo dell’anno, con il mio filtro S&S nuovo e un paio di Clarks già zuppe, e mi aggiro per una città grigia che non si vuole svegliare per affrontare un nuovo anno che – usando un eufemismo – non sembra tra i più facili.  E allora dai, giriamoci dall’altra parte, affondiamo la testa nel cuscino, azzittiamo la sveglia ancora per un paio di minuti, che il mondo là fuori, può attendere.

Mentre una canzone di Johnny Cash mi martella in testa, sento l’acqua che scivola sul viso e finisce da qualche parte tra la giacca e la schiena.
Sento i pneumatici da bobber che litigano con il fondo bagnato della strada.  Qualcuno mi aveva detto che facevano schifo quando pioveva.  Ma forse era lo stesso che mi diceva che per andare in africa forse era meglio una enduro che un vecchio 1340.
“Perché abbiamo aspettato fino ad ora”, continua a martellarmi in testa Johnny Cash, “fino al giorno della Redenzione”. Ma il motore, dopo i primi chilometri smette di tossicchiare nell’aria umida e fredda e anche i pneumatici sembrano aver imparato la lezione mentre gioco con le marce basse dimenticandomi del freno posteriore, un po’ come facevo quando avevo la vespa.  Sotto la giacca ho una grossa busta: dentro c’è la bozza di un libro.  Qualcosa che per mesi è rimasta lì ad aspettarmi, e che guardavo con paura.  Un po’ come questo dannato 2012, che però adesso è qui e in qualche modo bisogna affrontarlo. E un motociclista lo fa nel modo in cui è capace.  Con un po’ di preparazione, ma specialmente con coraggio e con fiducia, cercando in ogni modo di vedere le cose un po’ meglio di quelle che sembrano.  Perché questo è ciò che la mia moto mi ha insegnato: dietro quell’angolo ci sarà finalmente un distributore, dietro quella nuvola smetterà di piovere, in quel villaggio ci sarà finalmente un posto dove dormire per questa notte.
E resto attaccato a questo manubrio, con i denti stretti e gli occhi che colano pioggia e nebbia.  Incazzato per la mia stupidità e per la sfiga, ma anche consapevole che quel dannato motore che c’è sotto di me, continuerà a spingermi avanti, e il mio cuore continuerà a battere con i suoi due vecchi cilindri.
E Johnny Cash con la sua chitarra nera, canta di un treno che porta fino alle porte del paradiso.

Roberto Parodi

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