Storia di due esami e mezzo

Oggi vi voglio raccontare tre storie, che inquadrano tre modi di agire differenti e tre personalità totalmente diverse.La prima che vi racconterò parla di una persona che ci teneva. Ci teneva davvero e tanto.
Parlo dell’esame di storia dell’arte medievale.
Ci teneva così tanto che ha studiato per un mese intero. Le sue piante della basilica di Lomello erano più fedeli di quelle dei professionisti del settore. Era preparato. E per farlo era sceso a patti col destino e con sé stesso.
Aveva drasticamente moderato il suo fabbisogno alcolico quotidiano senza per questo aumentare la dose di nicotina che aspirava ogni giorno.
Era palese quanto ci tenesse.
Purtroppo le circostanze non giocano sempre a nostro favore. A volte il corpo decide di non collaborare con la mente, e di mettere i bastoni fra le ruote tra noi e il raggiungimento dei nostri scopi.
E a volte, quella che dovrebbe essere una vittoria, diventa una sconfitta per chi era partito con altri obiettivi.
Anche se arriva al momento clou con 38 di febbre.
Il 24 del nostro primo eroe narra questa storia, dunque. Un numero che racchiude in sé storie di sigarette, tachipirine, un rifiuto tentato e una delusione malcelata.

Poi c’è la seconda, o meglio, il secondo.
Lui ha studiato per due settimane. Odiava dover studiare per questo esame, poiché ritiene che l’arte sia una cosa così meravigliosa, che imporne lo studio sia quasi da considerarsi un vilipendio contro la stessa.
Lo diceva e lo pensava. La voglia non c’era, ma la passione, quella m’è parso di vederla. Anzi, sono sicuro che ci fosse, anche se lui negherebbe probabilmente.
Lui ha deciso di rinunciare al tabagismo per giorni due, si è sminchiato ogni bioritmo, e, diciamocelo, deve anche aver fatto una certa fatica a svegliarsi, essendo abituato ad andare a dormire piuttosto tardi.
Eppure nel momento decisivo, lui era presente e, soprattutto, pronto.
“Si dice che dato un universo infinito in un tempo infinito, tutto ciò che accade sia inevitabile”.
Lui, con modestia, continua a dire che in alcune domande ha fatto scena quasi muta, che è stato fortunato ad essere pizzicato proprio sugli argomenti che meglio conosceva.
Ma qui conta il risultato, e lui si è portato a casa un signor 28.
Un 28 che narra di fortunate coincidenze e di modestia, di passioni quasi imposte e di una decina di sigarette risparmiate ad un paio di polmoni., di lambrusco e gnocchi trentini.

Infine vi racconto un’ultima storia.
Questa storia parla di una persona che ha avuto un merito e una colpa. Va detto che il primo non avrebbe avuto senso d’esistere, senza la seconda.
Lui ha iniziato a studiare la settimana prima dell’esame, e si è trovato di fronte ad un’impresa proibitiva.
Ci ha provato fino alla fine, voleva davvero ed è comunque riuscito a fare molto, ma non bastava.
Sapeva di no nsapere, avrebbe reso fiero Socrate.
Così, quando all’appello venne nominato il suo nome, lui guardò gli altri due compari con fare incerto e ormai rassegnato.
Cercava in sguardi altrui una risposta che già conosceva.
Non rispose.
Vedendo come sono andati gli esami, la mole di argomenti chiesti a ciascuno e alcuni voti, viene da pensare ad un’unico aforisma:
“E’ meglio stare zitti e passare per scemi, che parlare e togliere ogni dubbio”:
Il suo libretto non ha ancora un numero che racconti questa storia, ma tra qualche mese lo avrà. E racconterà questa storia, ed anche un’altra.

Questa è l’università: una sola cosa, mille modi di porsi di fronte a essa.
E questa, a ben vedere, è una cosa bellissima.

-Beppe-

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