Navigo, comunque

Al caldo del salotto di casa, il concorso indetto dal giornale universitario concluso da mesi, il ragazzo si mise a pensare. Il tema era attualissimo, ma al tempo stesso il titolo – “Resto o vado via?” – mandava gli echi lontani di avi partiti ormai un secolo fa “per cercar fortuna”. Vero anche che il titolo non presupponeva per forza l’idea di abbandonare il proprio Paese, ma la realtà dei fatti era davanti agli occhi di tutti, e non veniva in mente altro, come primo pensiero. La laurea era ancora di là da venire, e i primi risultati dell’anno promettevano bene, anche se la sessione estiva sarebbe stata opprimente, proprio come il clima di Pavia. Ma proprio non riusciva a non pensare a quello che sarebbe stato “dopo”, una specialistica?, e dove?, un corso per insegnare?, e a che livello? Di scrivere a comando, non ne era capace; eppure il giornalismo in qualche modo lo attirava. Aveva studiato la storia del cinema, ed era un mondo che lo affascinava parecchio, sia in veste di attore che in veste di creatore di sogni – ehm, regista. Aveva sempre la sua chitarra, anche se da tempo non nascevano canzoni; e aveva sempre la sua penna e il suo quaderno, perché non si sa mai. E una macchina fotografica compatta, per lo stesso motivo di penna e quaderno. Anche perché parlare di un tramonto è come fotografare un pensiero – non è impossibile, ma con i mezzi appropriati si comunica molto meglio.
Non raccolse le idee – le lasciò fluire tranquille, come l’acqua di un rubinetto dal quale attingere. Non importa se non si riesce ad afferrare, basta trovare la temperatura giusta, che sia fresca per dissetarci o calda per lavarsi di dosso puzza, malumori, tristezze e sporco. Per tornare ad essere noi, senza lo schifo che tentano di attaccarci addosso.

Si dice che non sia tanto la “fuga dei cervelli” che ci frega, quanto gli imbecilli che restano.
Se sarò stato un imbecille, potrò dirlo solo davanti all’estrema unzione – sempre che mi sia concessa questa grazia.
E sarà anche la giovane età, ma io non me ne voglio andare.
Forse è meno difficile – non “più facile” – per uno studente iscritto a Lettere, essere conscio del fatto che una volta laureato non ci sarà un lavoro fisso né tanto meno un lavoro sicuro, e che sicuramente si dovrà andare a lavorare con il curriculum sempre nella borsa. Ho iniziato la mia carriera universitaria già consapevole della difficoltà del mio futuro, oltre a quella degli studi, ma ho sempre cercato di pensare positivamente – e anche un po’ sorridendo, dicendomi: “E’ il bello degli studi umanistici: non hai praticamente nessuna prospettiva lavorativa, sicché è quasi come dire che ne hai migliaia.” E, come diceva il mio ex-professore (ma ancora insegnante, anche se non più a scuola) di filosofia: una volta, il cinema non esisteva, e oggi è un mondo che muove milioni di dollari. Bisogna ormai letteralmente ingegnarsi per trovare lavoro – sempre ammesso che non si voglia cedere ai guadagni che cancellano la dignità delle persone – e se non si riesce a trovare, piuttosto, inventarselo. Ovvio che sia, come tante altre cose, più facile a dirsi che a farsi, ed è ancora più facile – e certo meno angosciante – scriverne ora che sono ancora nel pieno degli studi, e la mia situazione famigliare ed economica mi permette di concentrarmi solo su lezioni ed esami. Ma come dicevo, so che una volta concluse lezioni ed esami, sarà come terminare l’addestramento-reclute, dove si ha sofferto e ci si è formati, per andare alla guerra vera, dove si muore, anche. Ma è vero anche che all’addestramento-reclute ho conosciuto persone e alcune di esse sono tra i migliori amici, che definire tali è quasi troppo poco, e sulle quali so di poter contare, sempre e comunque. E insieme a loro, forse, la “guerra” farà meno male. Non posso saperlo, ora, che sono ancora recluta, ma lo sento.
E mantenendo la metafora bellica, se proprio devo “combattere” non voglio andare via da qui. Perché se sono qui oggi, è anche grazie a chi è rimasto ormai quasi settant’anni fa e qui ha combattuto. E voglio rimanere perché il mio aiuto, unito a quello di molti altri ragazzi come me  può fare. Forse non potrà fare molto, ma potrà fare qualcosa, anziché lasciare il nostro Paese nel niente, o peggio.
Se sono quello che sono, lo devo anche ad alcuni insegnanti – e non solo professori – che ho avuto al liceo. Oltre al già citato insegnante di filosofia, ricorderò sempre la professoressa di chimica – materia nella quale non ero certo una cima, pur impegnandomi – quando mi segnò l’ultimo 6 sul libretto della quinta superiore, e mi disse: “Stefano, io ti ho messo questo voto anche se non saresti del tutto sufficiente nella mia materia. Ma so che alla maturità ce la farai”. E il mio modesto 77 (che avrebbe tutta un’altra storia dietro da raccontare…) è dedicato anche a lei.
E forse è anche grazie all’esempio di persone come lei, che voglio rimanere – e perché no?, insegnare, rimanendo. Grazie alle parole di persone come lei, voglio rimanere, per vedere se ce la farò.
Vedrò. Per ora, studio.
Se, marinaio pensassi a tutta l’acqua contenuta nell’oceano, non mi alzerei nemmeno da letto per imbarcarmi.
Ma affrontando il viaggio onda dopo onda, anche il mare fa meno paura.
Sapendo benissimo, comunque, che il naufragio può capitare da un momento all’altro.
Ma navigo, comunque.

Sfo

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