Noi ci siamo…?


“Il vecchio e il bambino ha il sapore di una storia di fantascienza ma non ha nulla a che vedere, nonostante i pur lodevoli tentativi di interpretazione di molti, con lo smog, la polluzione e l’inquinamento. Risale invece al periodo di “Noi non ci saremo” e de “L’atomica cinese”. Il vecchio e il bambino parla dell’olocausto nucleare.”

[ Massimo Cotto- “Un altro giorno è andato”, pp. 81-82 – ed. Giunti, 2001]

Quando si dice “l’attualità di canzoni passate”, di molti anni fa. La canzone è tratta dall’album “Radici”, del 1972. Ma personalmente il brano mi parla di un domani che potrebbe tranquillamente essere l’anno prossimo, con quel minimo di esagerazione – ma nemmeno troppa.
Sui social network si possono trovare molte notizie, specie quelle che ai telegiornali passano in sordina o non passano affatto, sostituite da problemi ben peggiori (“A sorpresa, la neve”, per esempio. Ma mi risulta di essere a febbraio e di vivere nell’emisfero boreale. Che poi ci siano regioni in stato d’emergenza è un altro discorso, il problema solito dell’informazione è di cosa si viene informati e come). Ma ieri notte, mentre studiavo per l’ultimo esame di questa sessione (ho anche io le mie “particolarità”. Di giorno proprio non riesco), dal tg della notte ho sentito di una notizia per la quale ho piantato lì la dispensa che avevo in mano, perché mi sembrava quasi senza senso continuare a leggere, ma quasi senza senso continuare qualsiasi cosa.

Il capo del Pentagono Leon Panetta prevede che Israele attaccherà l’Iran fra aprile, maggio e giugno, innescando da Teheran la replica di Ali Khamenei: “Se verremo aggrediti vi saranno conseguenze negative per gli Stati Uniti” (…) Sui venti di guerra che spazzano il Medio Oriente è tornato a parlare Panetta in serata dalla base di Ramstein in Germania: «In questo momento la cosa più importante è mantenere l’unità della comunità internazionale per convincere l’Iran a non realizzare l’atomica, ma se loro faranno altrimenti noi abbiamo tutte le opzioni sul tavolo e saremo pronti a rispondere se dovremo farlo».

E di questa notizia, su Facebook – in effetti unico social network al quale mi collego – non ho letto nulla.
Forse che sia una notizia che fa troppa paura per parlarne?, insomma, non i soliti politici immanicati che stanno mandando a rotoli il Paese nel quale viviamo, non la solita indignazione per i teatrini dell’orrore montati dai media per fare ascolti. Ma nemmeno le solite guerre in Medio Oriente, alle quali pure l’Italia partecipa con contingenti di pace – anche se i morti ci sono stati comunque – che ci riguardano fino a un certo punto.
Si dice che la notte porti consiglio – e di “notti” (intese come periodi bui) il mondo ne ha conosciute. Il problema è che ogni nuovo “giorno” porta con sé nuove sfide e nuovi problemi, e se ci spaventa il solo pensiero di cosa sia stata la Seconda Guerra Mondiale, beh. A me, sinceramente, sconvolge la notizia di ieri sera perché, in un’ipotetica numerazione progressiva, una Quarta Guerra possiamo anche sognarcela, perché senza un campo di battaglia e senza uomini una guerra non esiste. Il problema è che il “campo” di battaglia è ormai nientemeno che l’intero pianeta. Lo ammetto: non sono un fisico nucleare e le mie scarse conoscenze scientifiche mi impediscono di sapere a che punto sia la tecnologia bellica circa ordigni figli di Hiroshima e Nagasaki. Ma proprio perché conosco i “genitori” – e posso immaginare fino a che punto la sete di potere e il fanatismo umani possano arrivare – a me una preoccupazione viene.
Quando mi si presenta un problema, cerco di trovare il modo di risolverlo, dall’organizzare una giornata impegnativa a pensare a cosa potrei proporre come cittadino per aiutare la comunità nella quale vivo. Ma a questo problema non trovo soluzione. L’unica cosa che mi viene in mente è diffondere questa notizia, perché già conoscendo il problema si è meno ignoranti, e se sono più persone a pensarci non è detto che la soluzione non si riesca a trovare.
Per questo motivo, il titolo. Lo spunto viene da un’altra canzone di Francesco Guccini (già citata nella frase di Massimo Cotto) e addirittura precedente
a “Il vecchio e il bambino”. Si intitola “Noi non ci saremo”, è del 1967 (dal primo album del cantautore modenese “Folk beat n°1”) e racconta la rinascita della vita sulla terra dopo un’esplosione nucleare. Quando un’umanità non esisterebbe più, ma la Terra – che per milioni di anni è andata avanti benissimo da sola, come fa praticamente il resto dell’Universo – troverebbe forse il modo di riprendersi.
Non perdiamoci fra i pensieri di un futuro non così improbabile nel quale non solo io, non solo voi, ma 6 miliardi di persone cesserebbero di esistere, e con esse i loro amori, i loro odi, i loro dissapori e i loro sogni; chiediamoci se noi ci siamo, adesso, e se ci siamo proviamo a pensare a cosa si deve fare perché un giorno, vecchi, potremo portare i figli dei nostri figli per mano e mostrare loro i nostri posti, seppure cambiati, ma ancora vivi. Io credo che in un momento di crisi e di manifestazioni contro caro-prezzi e licenziamenti sia molto più importante pensare a qualsiasi cosa per smuovere il mondo intero contro una simile eventualità atomica. Perché se non iniziamo a pensarci già ora, se non troviamo una qualche soluzione, se “non ci siamo”, possiamo accettare con rassegnata serenità crisi, prezzi e licenziamenti perché ci siamo già rassegnati al fatto che, tanto, probabilmente i Maya ci avranno anche preso per l’anno, anche se avranno sbagliato di qualche mese.

Sfo

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