Imago della fatal quïete

Quello che mi gira in testa questa notte
son tornato, incerta amica, a riferire,
noi immergenti, noi con fedi ed ossa rotte, lasciamo dire:
ne abbiam visti geni e maghi uscire a frotte per scomparire…
Noi, se si muore solo un po’ chi se ne fotte,
ma sia molto tardi che si va a dormire…

Dicono sia questione di bioritmi, abitudini, forse anche di alimentazione. Ma io, quelli che vanno a dormire prima di una certa ora, proprio non li capisco. Tutto il giorno siamo sballottati fra doveri, impegni, cose da fare e obblighi, incontri e ritrovi – che per quanto piacevoli, per quanto volentieri dedichiamo del nostro tempo ad altri, tolgono dello spazio a noi stessi. Non è un inno all’egoismo, ma al pensiero. C’è, per esempio, il momento del caffè – anche più di uno, di momento – in una pausa fra lo studio o sul lavoro (se si riesce), e allora possiamo stiracchiare corpo e mente e respirare, respirare un po’ meglio, ma neanche cinque minuti e ci tocca correre in un’altra direzione e continuare la giornata. E anche se stanco, se anche voglio dormire, o gli orari del giorno dopo lo vorrebbero, non ho sonno. Troppe sono le cose che durante la giornata succedono, e magari non tutte negative o che portano a pensieri cupi o tristi, ma prima di dormire, penso. Giusto quel paio di orette, per poi addormentarmi col pensiero a metà, perché anche la mente – a un bel momento – dice “Bravo, tu continua tranquillo a pensare che io me ne vado a dormire, buonanotte”, e così si chiudono gli occhi.

Come si fa a dormire quando c’è quel problema per il quale non riesci a vedere soluzione?

Come si fa a non pensare quando ti torna in mente quel viso?, e affiorano tutti i “se” connessi alle tue parole rivolte – ma soprattutto quelle che non hai trovato la forza di dire – a quella persona?


A dir “Dove ho mancato, dov’è stato?”, a dir “Dove ho sbagliato?”…
E quando ho capito che la notte è davvero tutto un mondo “altro” dalla routine della giornata, un tempo che posso davvero fare mio nella misura che preferisco, la sveglia del giorno dopo non è più un problema. E se anche il cellulare mi indica ore e minuti di sonno che mi attendono – fra le 4 e le 6 a notte, salvo rare eccezioni – sorrido e mi prendo il mio tempo, perché nel giorno seguente non avrò un altro momento così bello, silenzioso, con questo buio morbido che tutti assopisce e ogni cosa avvolge, e quasi scalda – non tanto sulla pelle ma dentro, dove fa più male il pensiero.

Mentre tutti dormono, io sono il padrone del mondo. Del “mio” mondo, e guai a chi me lo tocca. La sveglia… Ci vorrebbe una “sveglia” per destare in noi la voglia di scoprire cosa davvero sia l’importante nel mondo di ognuno di noi.

Ogni giorno è un altro giorno regalato,
ogni notte è un buco nero da riempire,
ma per quanto non l’ ho mai visto colmato, così per dire,
resta solo l’ urlo solito gridato, tentare e agire,
ma si pianga solo un po’ perchè è un peccato
e si rida poi sul come andrà a finire…

Non esiste sorriso senza pianto. Altro che frasi come “Ridi, fatti credere pazzo, ma mai triste – ridi anche se ti sta crollando il mondo addosso, continua a sorridere – ci sono persone che vivono per il tuo sorriso e altre che rosicheranno quando capiranno di non essere riuscite a spegnerlo!” oppure “Ogni minuto che passi arrabbiato perdi sessanta secondi di felicità”.
A parte che come si fa a mettere la felicità in secondi, quando il miracolo è poterla sentire per il suo breve attimo di vita – ma forse è solo una mia deformazione professionale letteraria, questa obiezione. Soprattutto, se uno è così bugiardo da riuscire a sorridere sempre, complimenti a lui – ma, paradossalmente, che tristezza.
E se una persona è arrabbiata è perché ha già perso la sua felicità – o la propria serenità
Altro che sorridere sempre, ci vorrebbe il diritto dell’incazzatura. Che il signore citato più volte in corsivo qui sopra, per fare un esempio, pensò qualcosa come “L’avvelenata”, in un momento di incazzatura.

E ora, si potrebbe anche andare a riposare.

Sfo

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