Sound of Silence

“Ciao Oscurità, mia vecchia amica. Sono tornato per parlare di nuovo con te.”

Simon e Garfunkel iniziavano con queste parole una delle canzoni a mio avviso più belle della storia, che pure parla di un argomento diverso da quello su cui vorrei portare la riflessione di oggi.

Ieri, facendo colazione in giro con il beneamato dad, mi è capitato di vedere un vecchio compagno di merende: si parla di quinta elementare, per capirci, un tuffo olimpionico nel passato.

Chi come lo stesso Dad si immaginava la “carrambata” è però rimasto deluso: non siamo andati oltre a un “Ciao, come va? Anche tu qui?”

A pranzo mio padre mi ha chiesto se avessimo litigato, data la scarsa loquacità di ambedue, e io ho provato a metterlo di fronte ad una realtà che, evidentemente, gli è indigesta, dato che ha etichettato il mio pensiero come “stronzata”.

Non avevamo niente da dirci. Ecco la verità. Non ci vediamo dal lontano 2001, da dove dobbiamo iniziare? Dovevamo riprendere il filo dal 2002 per arrivare fino ad oggi, o bastava parlare di ciò che si è fatto negli ultimi tempi? E poi perché parlarne con una persona che, di fatto, non si conosce? Non più almeno.

Il valore del silenzio sta anche in questo. I convenevoli, quelli ci vogliono. Un saluto, un sorriso, una virile stretta di mano o i canonici baci sulla guancia se i protagonisti dellacarrambata sono due ragazze o persone del sesso opposto.

Ma a parte questo, non sapete quanto abbia apprezzato il fatto che non si sia andati oltre. Perché alla fine, quando si chiede come va a una persona che si vede solo di rado, la speranza è che la risposta sia il canonico “tutto bene”: abbiamo già i cazzi nostri da farci, e ci manca soltanto che qualcuno provi a sobbarcarci i suoi di problemi.

Questa persona non ha avuto vita facile, e d’altronde se sei cresciuto nel quartiere Cristo devi un minimo aver coltivato l’arte del saperti arrangiare. Ma anche lui mi ha detto che andava tutto bene, come mi aspettavo e avrei voluto che mi rispondesse. Niente vittimismi, niente di niente. Sapevamo che era un incontro come pochi altri ce ne sarebbero stati: potremmo rivederci tra tre mesi come tra trent’anni. E allora vale la pena di fare discorsoni da rimpatriata? Mi immagino una scena così tra vent’anni ponendo come base il fatto che ieri si sia parlato: “ah ma alla fine come ti è andato quell’esame in università? Sei riuscito a laurearti?”

Seriamente, non ne vale nemmanco la pena. E questo non tanto perché la persona che avevo di fronte non fosse degna di ascoltare le mie chiacchiere o viceversa: al contrario, per quanto si possa avere stima di una persona che poco si conosce, lui gode di una forte stima da parte mia.

Qui si parla di impossibilità di portare avanti dei discorsi. Ci siamo visti che eravamo bambini, ci rivediamo che siamo studenti e/o lavoratori, ci rivedremo con magari dei figli sottobraccio, e non è nemmeno detto che ci si riconosca.

E allora ben venga il silenzio: la più grossa manifestazione di rispetto che possa esistere tra due persone che non hanno paura, che non hanno bisogno di esorcizzare il vuoto di parole dovuto a quell’imbarazzante sensazione di non avere nulla da dirsi.

Le persone come me, e mi sa anche come lui, non hanno bisogno di frivole chiacchiere per sconfiggere il disagio.

“Persone che parlavano senza dire nulla, persone che sentivano senza ascoltare”. Noi non siamo quel tipo di persone, ecco la mia conclusione.

“Le parole dei profeti sono scritte sui muri dei sottopassi e delle case popolari. E sussurrano il suono del silenzio.”

-Beppe-

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