Cambierà (e io non me ne dovrei andare?)

-Ciò che andate a leggere è un’amara riflessione scaturita dopo una chiacchierata al telefono con il mio beneamato dad. Buona lettura, sperando che non vi vada di traverso la cena.-

“Cambierà”. Mio padre, sull’Italia, me lo ha sempre detto. Cambierà.

Mi ha chiesto perché me ne voglia andare, invece di stare qui a lottare con la mia gente per il bene del mio paese. Me lo chiedevo anche io, fin quando non ho ricevuto due risposte nell’arco di sei giorni.

Un mese fa prenotavamo per andare a Perugia: partenza fissata per il 25 aprile, destinazione IJF. Un sogno. Saremo 13, 14, no aspetta, 15. Tre quadruple e una tripla. Questa è la prenotazione al netto di una decina di colloqui telefonici intercorsi tra me e la gentilissima receptionist.

Dovete sapere una cosa: ho modificato la prenotazione poco più di due settimane fa, dopo aver versato la caparra, poiché si era aggiunta un’altra persona, e la sopracitata signora è stata talmente gentile da andare sulla fiducia, e dicendomi che la caparra l’avremmo saldata sul posto.

“Cambierà”, dice mio padre. Fa male la signora a fidarsi. Non di noi, quanto del sistema Italia. Un paese marcio, morto, e vaffanculo pure al patrimonio culturale. Mi sta pure andando di traverso quello.

Eravamo tutti d’accordo. Ritrovo alle sei in stazione, e via verso un bel viaggio, con tanto entusiasmo e voglia di fare.

Fino a quando oggi non mi arriva una chiamata: V non potrà venire. I suoi datori di lavoro le hanno dato un compito da svolgere in extremis, e le hanno impedito di partire.

Bene, bravi, complimenti per la prova di forza.

“Cambierà”, dice mio padre. Una piccola azienda di merda si diverte a fare prove di forza con una persona che non ha i mezzi per controbattere, anche se la voglia di iniziare a menare qualche sganassone ci sarebbe. Perché è ora di finirla adesso. Ma come fai a controbattere quando sei appena laureato, sfruttato dal sistema, e non sai se ti rinnoveranno il contratto anche andando a lavoro con la febbre a 40?

“Sono cose fatte a cazzo”, dice mio padre in riferimento alla disorganizzazione del lavoro in Italia. Sono cose mirate a offendere la dignità di noi giovani!, replico io. Sanno di poterlo fare e lo fanno.

“Cambierà”, dice mio padre. In italia il lavoratore ha dei diritti, che cazzo. Esiste anche l’articolo 18, mica come quegli arretrati australopitechi olandesi che non ne colgono nemmeno il significato. Qui in italia abbiamo i sindacati, così se dobbiamo manifestare il nostro dissenso possiamo rivolgerci a loro.

“Cambierà”, dice mio padre. Il 18 aprile mi trovo di fronte ad un corteo di manifestanti della CGIL. Ti aspetteresti slogan altisonanti, ti aspetteresti di sentire qualche frase a sostegno della manodopera giovanile, contro il lavoro in nero.

Ma no, niente di tutto questo.

Le stronze becere che impugnano il megafono in strada nuova prendono a intonare “Alba Chiara” di Vasco Rossi. Neanche Biagio Antonacci o Max Pezzali. Vasco Rossi. Così si manifesta, così si risolvono i problemi del nostro paese.

“Cambierà”, dice mio padre. Ma io non ho più voglia di aspettare. E non parlo solo per me, ma parlo anche per chi verrà dopo. I miei figli si troveranno un’Italia peggiore di questa. E voglio che ne ridano. Questo paese non ha più niente da offrire a chi ha fame.

Quanta delusione, quanta amarezza. Perdonate lo sfogo.

-Beppe-

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