Basta un giorno così

Non è stata una decisione presa d’improvviso, come sarebbe stato se l’avessi fatto ieri pomeriggio. E non è stata la paura, ma la consapevolezza che il venerdì, fra le 16 e le 20, la quasi totalità degli automobilisti non pensa a nient’altro se non tornare a casa propria, come avessero dei paraocchi. Non importa se sei un mezzo a due ruote a motore con diritto di precedenza, se per esempio si stanno per immettere nuovamente nella circolazione dopo aver fatto benzina. Così, non costando nulla – e previo permesso del legittimo pilota, mio fratello – stamattina ho deciso di andare a fare un giro. Con il numero di ruote sufficiente a muovere l’anima e non solo a spostare il corpo.

Non è stato un sabato qualsiasi, mentre lo sarebbe stato ai tempi delle superiori. Raggiungere il liceo in moto era allora la normalità, per me, anche se non diventò mai un’abitudine. Oggi, dopo due anni dall’ultima volta, ho rispolverato il gilet lacero di sole e chilometri, ho indossato il casco e gli occhiali sfrisati dall’ultima caduta, infilato i guanti lisi d’asfalto accarezzato, e inserito le chiavi nel quadro dell’RS 125 anno 2003.
Luci accese.
Interruttore del motore su ON.
Contemporaneamente, tiro la leva del freno e schiaccio il tasto dell’accensione.
L’ultimo preliminare – perché quello che segue è pura libidine – è aprire il cancello elettrico, dopo che il mezzo si è scaldato a dovere.

Il viale alberato è la corta lingua grigia di strada che porta alla statale, utile per riprendere la mano con comandi e posizione in sella – corta quel tanto che basta per dirsi:
“Come fare l’amore. Non si scorda mai!”
Solo che è meglio, anche se non tutti ci possono arrivare. E non è snobismo, soltanto ognuno ha qualcosa che dà più piacere di altre, anche al di là di ciò che media e massa vorrebbero imporci di credere.
Ma non è solo questo. Passando oltre la menata sulla sicurezza – quanta gente riesce tranquillamente a farsi male, anche seriamente, fra le sicure pareti di casa? – dalle quattro alle due ruote passa un mondo. Anzi, un universo intero. Un universo fatto dell’aria e del vento che ti portano i profumi degli alberi in fiore nella campagna di Dovera, del tuo due tempi fermo a un semaforo di Lodi, del sugo che qualcuno sta preparando mentre sfrecci fra le cascine della Via Emilia, vicino a Secugnago. Aromi che un automobilista, chiuso nell’odore di sempre del suo abitacolo, si sogna.

Ma è pur vero, la strada perdona un’inchiodata su quattro ruote. Su due, no. Eppure, mentre sto volando trasportato dalla coppia di pneumatici e su quella del monocilindrico, non mi importa. Non ti importa di nulla. Corri, voli, vai. A volte ti accorgi di essere troppo vicino al mezzo che ti precede, ma ci badi appena e deceleri un poco. Poi, appena la strada è libera, o chi viene nel senso opposto non è così vicino, freccia e passi. E in quell’istante, il senso di onnipotenza cresce al crescere della velocità, la testa gira quel minimo sotto l’effetto delle endorfine mentre gira la manopola dell’acceleratore. Frizione, sesta, accelero, e sono già lontano.
Non mi importa. E l’esperienza più dolorosa e formativa, insieme, della mia vita non può nulla contro questa passione. Non riesco, non ce la faccio, ad aver paura di un mezzo così insicuro ma così appagante, elegante, potente pur nella sua modesta cilindrata. Forse è proprio quel senso di onnipotenza che ti fa sentire immortale, e non c’è ombra di morte mentre sei in sella. Un po’ come succede quando si scala una montagna, credo. Se un rocciatore dovesse pensare al baratro, non allaccerebbe nemmeno gli scarponi.

I pensieri, brutti o belli che siano, volano via insieme ai piumini dei pioppi che tornano, ogni anno, in questa stagione, e che accarezzano casco, occhiali, carena. Lo sguardo è lontano, a prevedere l’imprevedibile per evitare ciò che la disattenzione renderebbe fatale, la mente è serena, non solo felice, e attenta. La mano è sicura, il braccio fermo, il corpo in perfetto equilibrio, in rettilineao come in curva (lascio la “piega” a chi sta in pista). Qualche goccia mi riga le braccia, e infatti non si vedono molti motociclisti in giro, oggi. Sorrido, pensando che anche ai tempi del liceo era raro vedere moto se non d’estate o in pieno sole. E come allora, una bella botta di autostima mi arriva dritta alla mente e apre il gas, in  un nuovo sorpasso.
Ha ragione da vendere, il buon Max da Pavia, quando canta che “basta un giorno così, a cacciare via tutti gli sbattimenti”.

Sfo

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