Il “solito”…!

 

Dal sito della Provincia Pavese [giornale di Pavia, youdontsay] leggo della “generazione degli shottini”, alla quale solo per motivi anagrafici appartengo anche io: una generazione che esce di casa con l’idea precisa di un peregrinaggio serale/notturno fra bar e affini, alla ricerca del prezzo migliore per divertirsi. Come cita l’articolo: Il prezzo è il vero discrimine nella scelta del locale in cui far passare il tempo in attesa della discoteca o, più semplicemente, di un altro bar. Dove c’è folla stai sicuro che si paga meno.
Non è la prima volta che ho questo pensiero, ma ora riesco a metterlo per iscritto: i soldi non fanno la felicità, ma la differenza.

Sarò abitudinario, come diceva Elio, o semplicemente pigro, o qualcos’altro di negativo. Io mi ritengo un semplice affezionato, quando devo decidere dove passerò la sera una volta uscito di casa. Nelle due città che vivo (perché le città si vivono, e non ci si abita semplicemente), Lodi e soprattutto Pavia da quando mi ci sono trasferito, ho i miei punti di riferimento – non solo semplici esercizi commerciali dove si può mangiare e bere… Come si dice, una “seconda casa”. Perché è così che mi sento quando varco la soglia e mi accoglie quel profumo, quel colore, quell’ambiente. So che posso incontrare amici, da una parte e dall’altra del bancone, e gustare insieme a loro le nostre birre preferite. O perché no, anche degli “shottini”, ma non è la bevanda a formare il discrimine, quanto la compagnia. E la compagnia non è fatta solo dalle persone, ma anche dal locale stesso. Anche solo tornare dopo che l’ultima volta si è usciti dalla porta e manco ce lo si ricorda, e pian piano ricostruire la serata insieme ai soliti quattro cazzoni [nel gergo dei suddetti è termine colloquiale di stima e amicizia]. Ecco, la parola chiave è proprio solito. Non nell’accezione di qualcosa di già noto e conosciuto – quindi noioso e insipido – ma in quella di familiare, “di fiducia”, dove ti trovi bene. E se ci si trova bene, perché andare altrove?
Per carità, sperimentare è giusto e ci porta a scoprire cose nuove, cose buone… Ma – mi scusi il sig. Eraclito se lo scomodo per queste venialità – ogni serata, seppure al “solito” locale, è nuova e diversa. Certo, le persone, le bevande, le immagini alle pareti son sempre quelle; ma stasera siamo tutti allegri e beviamo senza pensieri, quest’altra c’è da consigliare un nostro compare per un’uscita con una ragazza – o consolarlo perché si è fidato di noi ed è andata male, quest’altra ancora la noia pervade la città e solo restando uniti, noi, la si riesce a mandar via. Oltretutto, qui a Pavia, la legge degli shottini vale solo per il “mercoledì pavese”, mica tutti i giorni, o tanti saluti ai barettini di Strada Nuova. Ma al “nostro” locale – non per possidenza economica ma emotiva (anche se con tutti i soldi che lasciamo giù…) – i prezzi son sempre quelli, e né troppo bassi da festa della birra (leggi: acqua frizzante gialla), né troppo alti da enoteca con degustazione (leggi: vini normalissimi a 25 € il calice che neanche a Montepulciano).

E poi, forse la cosa più bella e appagante del preferire sempre quel bar, quel pub, rispetto a tutti gli altri: il saluto. Lo vedi, lo senti come il barista saluta te, cliente più che abituale, e come saluta chi entra per la prima volta o addirittura sembra capitato lì per sbaglio. Nel secondo caso è cortesia, pagherà per la consumazione e tu lo saluti e poi lo servi. Nel primo caso il mero rapporto di compravendita di prodotti di uva e luppolo si è trasformato chissà quando in legame, un cenno d’intesa all’arrivo e un’ultima consumazione prima di andar via (talvolta a “chiusura”) magari offerta dalla casa, bevuta tutti insieme. E, fra il saluto iniziale e “l’ultima”, momenti di chiacchiere e risate, boiate e riflessioni, anche qualche pensiero scritto lì per lì per scattare un’istantanea con la penna e cogliere quell’attimo.
Credo sia un altro piccolo frammento di senso che si può dare al proprio vivere, quello di essere ricordati, nei millanta modi che conosciamo; e così, anche quello di ritrovarsi e riconoscersi con il comune denominatore del Wellington o della Gabbia dei Matti. Perché a fine serata, che si peregrini per la città o si rimanga in un locale soltanto, si è tutti molto poco sobri (chi più, chi meno). Ma preferisco la qualità del solito locale coi suoi volti noti, che la quantità a 1 € a drink nell’anonimato della folla.

Sfo

Annunci