Affinché non accada più

Sessione estiva, anche farsi una doccia è da pianificare per razionare meglio il tempo e arrivare all’esame con una preparazione decente.
Ma…
Grazie alla recensione di un’amica a un film in uscita in questi giorni nelle sale – e studiando in questi giorni per l’esame di storia contemporanea – una riflessione è esplosa come una bomba nella mia mente. E studiare non serve a nulla, se non si rielabora ciò che si è appreso alla luce della propria coscienza e dell’attualità in cui si è immersi.
Il film in questione è “Molto forte, incredibilmente vicino” e tratta dell’attentato dell’11 settembre 2001, ma con l’originalità della domanda del regista che si chiede cosa abbia provocato quell’attentato, e la perdita di una persona cara, in un bambino. Certo non è il tipo di film da andare a vedere con la ragazza che vorreste vedere fra le vostre braccia, o una di quelle pellicole da condividere con amici, cola e popcorn… Il classico “mattone”, come si dice – che è poi il modo di definire le opere cinematografiche che costringono a riflettere da chi va al cinema per svagarsi e non pensare.
E se questo “chi” andasse giù di faccia dagli scalini della sala, avendo le mani impegnate da suddette vivande mentre “non pensa”, sorriderei appena.

Ma venendo alla riflessione, mi è sorta dopo le prime righe della recensione:
La tragedia dell’ 11 settembre ha lasciato tante voragini. Non solo i due enormi spazi vuoti a Ground Zero, ma anche fastidiosi buchi nelle anime di ognuno di noi. Pensavamo che dopo l’Olocausto, nulla di così brutale sarebbe più accaduto. E invece…

E invece, era già accaduto, e parecchie volte, anche.
Lasciando alle pagine del manuale che sto studiando esempi come quello di un altro 11 settembre (1973, per la precisione, in Cile), mi balza alla mente un altro momento buio per la democrazia, accaduto nello stesso anno delle furono-Torri Gemelle a New York (ma a luglio e a Genova) e narrato da un film in uscita quest’anno, diretto da Daniele Vicari. E che, sicuro come la morte e le tasse – come si dice – avrà riscosso molto meno successo di una pellicola straniera ma ugualmente “foratina”.
Il motivo?
L’ideologia.
Ma non l’ideologia che per alcuni starebbe dietro alla macchina da presa, per la quale chi è andato a vedere “Diaz” aveva in mano, insieme al biglietto, anche la tessera di Rifondazione – o di un circolo Arci, stesse “zecche”. Parlo dell’ideologia che un certo tipo di pubblico ha voluto mettere di tasca propria, per la quale se non siete andati a vederlo, siete sicuramente amici di Casa Pound.
Un serpente che si morde la coda su idee che dovrebbero rimanere tra le pagine della materia che sto cercando di apprendere, e invece ancora qui, più zombie che vive, tenute in piedi da chi proprio non riesce a ragionare con la propria testa – e (mi permetta Gaber di citarlo) talvolta così fondamentalisti nella propria “fede” perché “così atei da avere bisogno di un altro dio”.
Grazie a questa “rivendicazione” ideologica, il film è ormai ritenuto comunemente (e a torto, ma pazienza…) una pellicola “di sinistra”, e non un’opera che ci racconta un momento – buio e pure “pesto”, in tutti i sensi, visti le violenze descritte nel film – di vita del nostro Paese. E in un momento di crisi della politica, nel quale daremmo più volentieri fiducia a un bambino che non a un tecnico (dice, almeno il pargolo è sicuramente incensurato), chi ha voglia di sorbirsi una pellicola alla Ėjzenštejn?
Peccato non lo sia.

Ma quanto è più facile parlare, ed evitare di interessarci, per sentito dire – anzi, meglio l’altra formula: per partito preso.
Anche perché i buchi che ha lasciato nelle anime degli italiani l’attentato alle Twin Towers sono piccoli forellini, in compenso alle voragini che si aprirebbero se solo si avesse voglia di andare a rileggere le pagine di Genova 2001, e più indietro Bologna 1980, e Brescia 1974, e Milano 1969…
E se si avesse voglia di vederle con occhio civile, e non schierato.

Sfo

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