En biciclèta

Cosa c’è di meglio che mettersi al sole di una domenica pomeriggio di giugno, dopo l’ultima fatica universitaria?

Sarà che nella mia infanzia raramente le mie vacanze hanno visto il mare, ma anche se mi metto d’impegno sdraiandomi e cercando di rilassarmi proprio non ce la faccio, a star lì a far nulla.
Un giretto in moto, l’ho già fatto stamattina – sempre bello come sempre, ma oggi pomeriggio… No, oggi prendo “l’altra” due ruote.

“Vado a fare un giro, torno tra un po’!”
“Sta’ atenti, neh, Stéun!”, mi risponde il nonno mentre cura il giardino.

E allora via!, su una bicicletta da passeggio di chissà quanti decenni fa, due ruote, due pedali e un marchio non famoso, col suo color azzurro perfettamente in tinta col cielo delle diciotto, ma fa ancora caldo. Giusto un paio di scarpe e dei pantaloncini, così abbronzarsi non è sprecare tempo – anzi, si suda e non poco, e si va lontano. Cioè, diciamo che allo Stelvio oggi non sono arrivato, però almeno da Roncadello a Lodi una scampagnata si può fare, c’è anche tempo per salutare qualche amico, bere un po’ d’acqua, scattare una foto riprendendo fiato e tornare senza fretta verso casa.
Già, verso casa…
Sei “di umili origini”, come si diceva un tempo, i nonni paterni anzi avevano una cascina nel cremasco, quelli materni casa e vigne e bestie sui bricchi poco più in giù di Bobbio. Pianura e appennino, cos’hanno in comune? Il verde. Ma quello buono e genuino della terra, non quello di chi ne ha fatto una bandiera riuscendo così ad abbassare la lingua dei nostri vecchi a slogan da partito, ma non è momento di pensare alle cose brutte, mentre la strada scorre tranquilla scandita dal carter un po’ malandato, pedalando senza troppi rapporti da televendita. E come spesso mi accade, parte il juke-box con la canzone perfetta per il momento, mentre un richiamo antico ti fa rallentare, sempre di più, sempre di più, cercando il punto giusto per andare a scoprire quanto è bello sdraiarsi sull’erba tagliata. E mentre ti rilassi davvero, ora, in mezzo al tuo mondo, parte il pensiero.

La moto è bella, certo, ma la bicicletta è ancora più bella perché si fa fatica. Con la moto, giri la manopola del gas e il mondo rallenta, come si dice, e mille occhi ti servono per evitare di fare la fine dei moscerini sulla carrozzeria di un automobilista che, giura, proprio non ti aveva visto. Con la bici decidi tu la velocità – il tuo corpo la decide, polmoni braccia gambe polpacci a respirare e spingere, e allora la strada non “passa”, semplicemente, come quando stai su un mezzo a motore, “te la guadagni” respiro dopo respiro, pedalata dopo pedalata, metro dopo metro ed è già un chilometro, e poi un altro, fino a che senza quasi pensarci sei già lontano da casa, e con soli due occhi ti godi la meraviglia dell’estate. Un po’ come la vita. I giorni non arrivano, sembrano così lontani e già quello che stiamo vivendo è finito, così come la settimana appena trascorsa e il mese appena passato. E così, cinque minuti fa era mattina, l’altro giorno era appena iniziato marzo, e guarda un po’ son anche quasi passati due anni dal primo anno di università. Faticando… Come “en bicicléta”, come direbbe il lodigiano (per provincia) professore di inglese ora in pensione che mi insegnò a trasformare il mio acerbo innamoramento per la poesia in amore duraturo.
E quando trovi queste piccole corrispondenze tra cose grandi e piccole del tuo andare ed essere per il mondo, sorridi. Perché forse anche solo inconsciamente ti sembra di riuscire a trovare un minimo di senso – anche se non sai proprio di preciso quale – in quello che fai.

La vita è un grande viaggio in bicicletta
da viaggiare senza fretta
faticando sui pedali…

Un viaggio così lungo che è già finito
non appena sei partito
in un battito di ali…

Cosa c’è di meglio che mettersi al sole di una domenica pomeriggio di giugno…?
Rincorrerlo pedalando.

Sfo

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