Incanto notturno

Uno sforzo, e dal letto si passa alla poltrona, alla scrivania. D’altra parte si sa: non è che lo studente universitario non faccia vacanza, solo si deve rassegnare al fatto che d’estate si debba studiare. Giusto per non rimanere indietro con gli esami, per non laurearsi fuoricorso, per non arrivare per ultimo alla coda di altri che, come lui, sono costretti a elemosinare un lavoro anche se negli anni precedenti hanno studiato tutt’altro. E quindi sotto con libri e appunti, slide e caffè – però con ‘sto clima, in città, aspetta che apro un pochino la finestra (e accendo uno zampirone, malebenedetta Pavia…) e mi rimetto a sedere…

… Ma basta una finestra aperta sul gelsomino del cortile di fronte, sul caldo della sessione estiva, per farti chiudere gli occhi cullato da un ottimo Coltrane, e immaginare di non trovarti nella città in cui studi, no…
Indietro di qualche giorno, anche se sembra già passata un’eternità.
Il gelsomino ti riporta al lungomare, il caldo alla spiaggia. E il profumo avvolto all’elastico per capelli al polso, a quella persona.
Sì, dovresti studiare, ma come si fa… E inizi a perderti.
La vedi, ancora al mare, nell’appartamento mentre cerca di studiare… E la ricordi in spiaggia, prima nelle immagini di quella giornata, poi la immagini in una sera mentre insieme ascoltate il canto della risacca sotto la luna, solo un velo chiaro che la copre e i capelli mossi e scuri. E non puoi fare molto più che pensarla. E proprio in quel momento chiudi gli occhi, al pensiero, alla musica, al pensiero della musica su di lei e su di te, finché semplicemente non ti perdi in un tuo sorriso all’immagine di lei che sorride, con la bocca e soprattutto con gli occhi – perché quando si è così meravigliosamente vicini da potersi guardare le iridi e contarne le sfumature, riescono loro a trasmetterti la gioia dell’altro. Oddio, le mie non so, color marrone banale, ma le sue… Eh, le sue. Altro che San Tommaso: chi non le ha viste non può capire, chi le ha viste non ha parole per descriverle. Il sospiro di chi ha avuto il privilegio di averle potute guardare da così vicino, quella è l’unica descrizione umanamente possibile.
Poi riapri gli occhi, rimangono profumi e caldo, ma l’immagine scompare a quella del condominio di rimpetto, quello del cortile col gelsomino.
E sorridi di nuovo, ripensando al pensiero appena sognato ad occhi aperti, prima di rimetterti alla scrivania tentando di continuare nello studio.
E sperando che questa notte appena nata non porti consiglio, dando retta al proverbio, ma ti porti lei in sogno, dando retta a questo piccolo sentimento che va crescendo, al quale hai quasi paura di dare un nome, come se una parola umana potesse corromperlo e far svanire l’incanto.

Sfo

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