Siate sempre Italiani.

Domenica 1 luglio, andando in giro per la mia odiata Lisondria, vedevo in ogni dove gente che sventolava tricolori, scaffali vuoti di birra e altre cose che riconducono in maniera veemente a fregnacce quali orgoglio nazionale e amor patrio.

Era bello, mi rendevo conto di essere a casa, qualunque sia il significato ideale di questo termine.

Tuttavia mi sento, ancora una volta, di muovere delle critiche.

Perché non si diventa italiani solo la notte della finale di una qualche manifestazione sportiva, italiani lo si è 365 giorni all’anno.

Lo si è quando il professore universitario da un 28 alla ragazza impreparata ma con la scollatura generosa, lo si è quando scopriamo che il tasso di disoccupazione giovanile è a livelli record, lo scopriamo quando bisogna far saltare fuori da qualche parte 8 miliardi di euro per evitare un aumento dell’IVA.

Siamo italiani in un paese sempre meno a nostra misura, e paradossalmente sempre più a nostra immagine e somiglianza.

E allora non vale la pena incazzarci per una finale persa subendo quattro goal (fateci caso: dopo aver battuto in semifinale la Germania ci siamo trovati come 42 anni fa al cospetto della squadra più forte di tutti i tempi), così come fa male vedere che ci sono le solite categorie oltranziste che non prevedono vie di mezzo, quelle per cui se guardi la nazionale sappi che l’Italia rimane una merda anche se vinciamo e la benzina è a 6€/l, ma se non la guardi sei antipatriottico.

Approfittiamo di questo breve periodo di “Ramadan” calcistico per ricomporci e mettere a posto le idee.

Su Facebook vedo molto spesso un link in cui vengono messi a confronto gli ideali di tunisini, egiziani, siriani e italiani, in cui noi del Bel Paese ci scaldiamo solo quando qualcuno fa goal.

Le situazioni sono diverse.

Trovo giusto scendere in piazza per salutare la prestazione della nazionale sbagliata, trovo sbagliato farlo per sovvertire il governo.

Togli questi facendo una rivolta in piazza? E chi ci metti? Il governo rappresenta chi è governato.

Traduco in linguaggio aritmetico, grazie alla proprietà commutativa: cambiando l’ordine degli addendi, il risultato non cambia. Questo significa che non serve una rivolta come quelle della Primavera Araba. L’approccio deve essere diverso.

Il 90% delle persone con cui ho a che fare, parla con disillusione di un’Italia marcia, ma non ha nemmeno quel tanto di coscienza civile che serve per argomentare.

Se volete dire che il nostro paese è una merda, documentatevi prima di farlo, non lasciatevi traviare dalle entusiasmanti vicende di cronaca nera che ci servono i tiggì insieme alla pasta che ci cuciniamo.

Pompei è tenuta una schifezza, al Colosseo ci sono eserciti di centurioni che hanno reso la tomba di Giulio Cesare un girarrosto senza fuoco (per i non capenti, ci si rivolta senza soluzione di continuità), addirittura ditte inesistenti tesserano lavoratori senza (ovviamente) pagarne i contributi mentre questi lavorano in nero in altre aziende.

Queste sono le cose che devono indignarci e devono scatenare un flusso di idee cosciente di ciò che ci accade intorno.

Perché, immagino che sarete tutti d’accordo, l’Italia ha molte cose che non vanno. Eppure sono convinto che pochissimi tra voi si siano chiesti come far cambiare le cose. Conoscere il problema significa essere a metà strada verso la soluzione, ma per l’altra metà sarà anche il caso di iniziare a camminare signori miei. Camminare tutti nella stessa direzione, per venire a capo di questo problema.

E questo significa pensare senza i paraocchi di Salvo Sottile e di Chi l’ha visto, significa acquisire quello spirito critico che tutti danno per scontato di possedere, e che invece intravedo in pochissime persone.

Mi rivolgo a chi ne è in possesso e a chi ci sta lavorando: per cambiare le cose non basta capire che siamo nella merda.

Siamo italiani: un popolo di procrastinatori e di sentimentalisti, e io, indipendentemente da ciò che la mia Nazionale (di cui sono fiero) ha fatto agli Europei, sono orgoglioso di essere nato in questa terra, e non saprei perdonarmi la colpa di non aver almeno provato a fare qualcosa per provare, com’è nelle corde di tutti i giovani adulti, a cambiare il mondo.

L’Europeo è finito il primo luglio. Lo stivale è ancora qui, e un’altra notte sta per calare.

Siate sempre italiani, SIAMO(imperativo congiuntivo) SEMPRE ITALIANI, e un giorno, con convinzione e coscienza che sta veramente accadendo, potremo gioiosamente dire che “L’Italia s’è desta”.

-Beppe-

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