Profumo sacro, odor profano

Una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi  nella formula di un’emozione particolare.

Lo chiamano “correlativo oggettivo” – così lo chiamò il suo papà Thomas Stearns Eliot, anche se suona molto meglio nella sua descrizione riportata all’inizio di questo pensiero che non col suo nome. Di certo suona meno noiosa, meno “scolastica”… Più bella. Una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi  – anche solo andando con la mente a essi, ed ecco un brivido ci percorre la schiena, una stilla ci riga una guancia, un sorriso ci illumina il viso.
Ogni cosa può essere un correlativo oggettivo. La musica, per esempio. Cosa più della musica è in grado di scatenare in noi emozioni, anche a distanza di anni, da quella volta in cui quella canzone ci ha sostenuto infondendoci coraggio, o ci ha abbracciato dopo una delusione, o semplicemente ci ha tenuto un po’ di compagnia quando ne avevamo bisogno?
Forse nulla più della musica è in grado di fare ciò. Ma qualcosa di più potente, forse, c’è: il profumo.
Non c’è cosa più eterea di esso, di qualunque tipo si tratti (dal profumo più buono all’odore meno gradevole), nulla di così misterioso tra le cose percepibili con i nostri cinque sensi. Non possiamo carezzarlo con lo sguardo, non possiamo udirlo come una melodia, non possiamo toccarlo con mano. Possiamo appena percepirlo con l’olfatto.

Il profumo è l’ossigeno del ricordo: a chi non è capitato di avere tra le mani uno degli oggetti di una persona cara, magari un indumento, e tuffarvici il viso per prendere una bella boccata di profumo? E ossigeno anche in quanto alimenta la fiamma del ricordo. Che ci faccia bene e lo vogliamo tenere a mente, oppure riapra quella ferita così vecchia da sembrare ormai del tutto rimarginata.
Il profumo è l’anima delle cose: profumo di casa tornati da un viaggio, profumo di campagna notturna in estate, profumo di aria pura e fresca in montagna, profumo di libri nuovi appena aperti o antichi e carichi di anni. Ma anche odore di ospedale che ti fa subito sentire un po’ malato, odore di treno carico di pendolari che ti fa desiderare di non avercelo proprio, il naso, odore di ricchezza (“profumo”, e non profumo) quando una decapottabile ti sorpassa mentre sei per strada, ma non abbastanza velocemente, così da sbatterti in faccia quanto possa costare quell’accessorio spray.

Ci sono poi profumi che solo il tempo ci renderà amici. Come quello di disinfettante per pulire i banchi di scuola o dei quaderni sui quali abbiamo scritto da bambini sempre più grandi, e che ora sembrano guardarci sorridendo, quando li ritroviamo per caso, e dirci: “Il viaggio prosegue, ma se vuoi fermarti un momento per vedere quanta strada hai percorso, noi siamo qui”. O il profumo del nostro agonismo: dell’erba del campo come della polvere del palazzetto, che allora faceva parte di noi e non lo percepivamo quasi, ed era allora sinonimo di fatica nell’allenamento, concentrazione nella gara, senza spazio per distrazioni o pensieri. Quel profumo che allora voleva dire anche letteralmente lacrime e sangue, ora diventato dolce ricordo.

A volte, magari mentre siamo indaffarati nelle nostre attività e persi nei nostri pensieri, un profumo torna a farci visita. Ma come una farfalla ci passa davanti agli occhi e non abbiamo il tempo per osservarla bene, quello è già svanito. Quanto stupore, quanta felicità, quanta nostalgia si può provare mentre si pedala tra campi e cascine, e passando sotto una finestra aperta annusare profumo di cotolette alla milanese – come quelle che faceva la nonna, come solo lei sapeva farle…
Ecco un brivido percorrerci la schiena, una stilla rigarci una guancia, un sorriso illuminarci il viso… Ed è già svanito.

Sfo

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