Quando sarò capace di amare…

20 giugno – 22 agosto…
Quanto sono lunghi due mesi?
Settimane, giorni, ore, minuti, secondi, attimi – ed eccomi scendere dal treno, stazione di Spotorno. Come una pietra miliare di questo mio tempo, dalla tiepida fiammella di maggio al piccolo focolare che di giorno in giorno il nostro sentimento alimenta, sono quei giorni al mare. Anche allora, come ora, come sempre – come sempre in qualsiasi cosa bella il tempo come acqua fresca e dolce scivola dalle mani, e non ce ne rendiamo conto proprio perché è troppo bello. Non c’era bisogno di fermarsi a pensare che lo fosse perché lo sapevo dai tuoi occhi che mi sorridevano, dalle tue labbra che mi trovavano ogni volta che lo avessero voluto, dalle tue mani che mi osservavano scorrendo sul mio corpo fino ad incontrar le mie.
E in un lampo è già ora di separarci: attimi, secondi, minuti, ore… E ancora centinaia di chilometri a dividere ciò che per noi è indivisibile comunque. Mi piace sempre quella frase sul sentimento come un paio di occhiali nel taschino…

Ore… Quelle ore in treno sono state devastanti. Ma non c’entrava per nulla la “comodità” di un viaggio in seconda classe in treno a fine luglio. Ai disagi fisici, si può sempre stringere i denti e tirare avanti. Ma quando hai quella sensazione, come quando hai qualcosa di veramente bello, e stai veramente bene – e d’un tratto è mattina, e ti svegli dal sogno. Quello io sentii quella domenica pomeriggio, e il cielo ammantato del suo più straziante arancio non faceva che alimentare quella sensazione.

Sì, anche l’uomo piange, con buona pace delle sfumature campioni d’incassi in questi mesi.

No, non stavo affatto male. Perché anche un sentimento meraviglioso come quello che iniziai a comprendere meglio quel pomeriggio può devastare – forse meglio stupire, perché alcune esperienze mi avevano portato a rassegnarmi ad avventure effimere, per quanto intense, che mi avrebbero sempre e costantemente visto perdente, per quanto mai sconfitto. E così ecco lo stupore nell’accorgersi, nel constatare, nel toccare con mano che una nuova possibilità c’è, che una nuova vita è possibile, e come la felicità non va mai cercata a forza, ma sempre accolta quando arriva.
In questa notte, solo poche ore ci separano prima che gli occhiali tornino dal taschino al posto che compete loro, davanti agli occhi, davanti ai tuoi e ai miei finalmente socchiusi in un nuovo sorriso. Non passa giorno in cui io mi chieda se la strada sulla quale sto camminando e le decisioni che ho preso per il mio futuro siano quelle giuste, domande che prima o poi bussano allo studio di qualsiasi studente di Lettere e Filosofia. Ma da un tempo ben preciso, non circoscrivibile con lancette e ticchettii ma tratteggiato dalla tua voce, so che non devo temere perché il sentiero è segnato dalla tua presenza, che mi fa luce nei momenti più bui e sconfortanti che questa epoca materialista può sbatterci in faccia.

Da secoli l’uomo si pone domande, e cerca risposte; in questo tempo, un uomo ne ha trovata almeno una, almeno per sé.
Tu sei la mia grande risposta.
Il problema è che, quando si scrive un minimo “bene”,  frasi come questa sembrano più una ruffianata che non l’estensione dell’apostrofo rosa.
Forse ti arrabbierai, o ti darà un pochino fastidio rileggere qui quello che già hai letto. O forse ti farà piacere rileggerlo qui, dove sai che chiunque passi da queste parti può leggerlo a sua volta: perché è giusto che il mondo sappia, anzi, è importante che il mondo sappia, che è ancora possibile incontrare una persona che ti sappia riportare l’amore, e con la quale imparare ad amare – perché se la parola è antica, il sentimento è sempre nuovo, in ogni nuova esperienza.
Perché in quest’epoca di sopravvissuti alla giornata, e di morti al sogno, si sappia che i sogni sono ancora realizzabili, e che possono dare un senso – una risposta – alla pur mortale vita.

A Chiara

Sfo

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