Dirigibile su binari

Ho sempre detestato fare cose essendo obbligato, anche se talvolta devo comunque farle. Specie quando mi sono trovato costretto a scrivere. Prendete i temi scolastici: parla di questo, fallo in non più di quattro facciate e in non meno di due – e se non avessi nulla da dire?, dato che l’argomento viene scelto dal professore. Sarà che quando non ho nulla da dire, in genere, sto zitto, così pure non scrivo – e questo, da futuro laureato in Lettere, potrebbe essere un problema non da poco. Già, perché con graduatorie chiuse e test zeppi d’errori tra domande e risposte manco lo facessero apposta (“Tanto passano i raccomandati” [Anonimo]), pare molto meno utopico che il leone e l’agnello giacciano insieme che non insegnare in una scuola. E allora, perché non il giornalista? Certo, di quelli veri, giusti, che informano e che dicono ciò che succede obiettivamente, senza faziosità o interessi politici o economici. Ma il punto è che un giornalista non può parlare solo di ciò che interessa a lui, altrimenti è uno scrittore – e se già per alcuni scrivere su un quotidiano non è proprio un lavoro, figurarsi scrivere e basta. Non che mi importi poi molto, ma a scrivere a comando, proprio non riesco. Lo vedo nella pur piccola realtà del giornale universitario per il quale collaboro: ci sono persone attive, propositive e piene di idee, che portano a casa un articolo ogni numero e che scrivono con continuità sul blog del giornale, mentre non ho ancora capito di cosa io sappia parlare o scrivere (nel caso ci sia). Così, da una discussione con uno dei direttori, tale Beppe – non so se lo conoscete, scrive su un blog con un altro ragazzo e adora la Vecchia Signora (NO, il complesso di Edipo non c’entra, maliziosi) – mi dice: “Sfo, sei un po’ come un dirigibile su dei binari”.
Ora, ammetto di non ricordare bene come sia proseguita la conversazione, ma credo che il messaggio fosse (e il buon Beppe può correggermi se ritiene io abbia frainteso) che un dirigibile è un mezzo capace di portarci lontano, per quanto un po’ obsoleto, di farci vedere le cose da una prospettiva altra rispetto a come tutti vedono solitamente le cose, grazie ai suoi voli. Ma se lo costringi a viaggiare su una via non sua, obbligata, non andrà proprio da nessuna parte.
Così, a volte, mi ritrovo a controllare il blog aggiungendo immagini ai post scritti sul vecchio portale, li correggo se ci sono errori che sono scappati all’ultima rilettura prima della pubblicazione, faccio un po’ d’ordine e abbellisco un po’ l’ambiente, insomma. E poi mi rendo conto che è passato non poco tempo dall’ultimo post, e mi dispiace – ma se non ho nulla da dire, non mi sembra il caso di scrivere solo per far prendere aria alle dita. Se c’è un vento forte, o non c’è buona visibilità, o altre noie atmosferiche non ci si può alzare in volo. Devo aspettare il momento, e solo allora decollare. O per usare un’altra metafora, è un po’ come il lavoro dell’artigiano, che con calma e pazienza sa plasmare manufatti pregevoli, seppure semplici o non degni di una galleria d’arte. Forse potrei anche imparare a diventare catena di montaggio o treno, rispettando termini di consegna e orari, si va da qui a là per questo percorso, ma credo che la qualità ne risentirebbe non poco – certo l’appagamento per ciò che si è prodotto sarebbe quasi nullo.
Bene. Detto ciò, come avrete potuto capire – perché so che il pubblico che ci legge è un pubblico intelligente, oltre che bellissimo (ruffianata della domenica sera) – è palese quanto poco io avessi da dire con questo post: non ho commentato alcuna notizia, non ho riflettuto su nulla, non ho ringraziato chi sa farmi stare divinamente e rendermi completo, vi ho solo mostrato un aspetto del mio essere tramite l’efficace immagine di una persona che mi conosce (e nonostante ciò, mi vuole bene – leggi: “amico”). E se siete arrivati fin qui, dato il tempo e la fatica che avrete impiegato per fare ciò, siete liberi di seviziarmi verbalmente e/o fisicamente se e quando ne avrete l’occasione.
Basta che non mi diate fuoco all’elio.
(che poi le storie tese si arrabbiano).

– Sfo –

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