Sogno

Una cena insieme, dopo due settimane di assenza causa ultima tirata prima dell’esame. La tv accesa, su un programma della Rai che copre di ridicolo personaggi grandi – o anche soltanto famosi – della canzone italiana e internazionale, facendo coprire di applausi altri personaggi che li imitano. Nella giuria, un certo De Sica, che incita il pubblico alla standing-ovation, dopo l’esibizione pessima dell’ennesimo pupazzo, sia nel canto che nella scimmiottatura. E penso:

“Povero Vittorio.”

Già, povero padre. Quando rivoltarsi nella tomba non basta più. E chissà cos’avrai pensato – se mai avrai udito quello che ho detto a tavola – sapendo che non è l’unico a ritrovarsi un figlio che non ha seguito le orme del genitore, un figlio che non gli somiglia per niente se non in minima parte nell’aspetto, un figlio del quale difficilmente parlare ad amici e conoscenti con un seppur modesto orgoglio. Che mi abbasso a ritenere un 27 in un esame (tra i tanti) dove non sei tra i promossi ma tra i sopravvissuti, di una materia che non salva vite né porta a casa i soldi che porta a casa la tua professione, di un argomento che nemmeno pare interessante come dimostra l’espressione, sincera, che ti schifa il volto in un attimo tanto breve quanto avvilente, per me. Non credo nemmeno tu ti ponga più le classiche domande alla “Dove ho sbagliato con mio figlio?”, ti sei rassegnato a pagare affitto e retta, forse perché la tua controparte femminile non riuscirà mai a vedere lo studio, e soprattutto lo studio che appassiona, come qualcosa di inutile. Quella controparte che più che volentieri viene a prendermi fino a Pavia e mi riporta a casa insieme a valigia e bagagli, alla quale rimproveri questo, perché “Non può mica prendere il pullman??”, come un’altra punizione da pagare per il mio comportamento scorretto dovuto al cocktail tra alcool e guida.

Che rimproveri a lei, sapendo che sono di là. Ma che taci in mia presenza.

Gli occhi tornano alla pagliacciata firmata dalla televisione pubblica, agli applausi beoti del pubblico e alle facce impomatate dei domatori di coglioni. E credo tu sia il simbolo perfetto dell’Italia che non cambierà mai – ma che soprattutto aborrisce il cambiamento, anche solo a partire da ciò che alla sera guardi sul divano e che ti canta la ninna-nanna dall’enorme quanto inutile schermo al plasma, che se ci sono questi programmi, qualcuno che li guarda c’è. Dell’Italia che rampogna il figlio per la propria condotta scorretta nei confronti della legge, ma che chiama “bastardi” quelli che, forse, gli han fatto la multa sull’ultimo rettilineo prima di casa. Dell’Italia che legge Pansa, ma anche la biografia di De Gasperi – perché se i peggiori politici dal dopoguerra ad oggi hanno governato, qualcuno che li ha votati c’è. Dell’Italia che “non togliermi il pallone e non mi disturbare più”, ma che ha anche altre passioni, e impegni – per i quali il mondo ti deve correre dietro, nell’ottica della più retriva idea di famiglia che si possa avere, nonostante chi insieme a te mi ha generato abbia una laurea in più di te, e la stessa che tu hai preso da giovane studente presa da lei a cinquant’anni suonati mentre doveva badare a un marito, due figli, i fornelli, i pavimenti, la lavatrice e l’asse da stiro E il precedente lavoro.

Anche io mi sono rassegnato. Un tempo ho lottato con la mamma per convincerti della mia scelta universitaria. Ora non mi importa più cercare di farti capire l’importanza di ciò che studio. Perché poi ci lamentiamo se ci sono professori incompetenti, ma prima non vogliamo che i nostri figli studino qualcosa che non porta a casa il pane. E così non ti parlo ma ti scrivo, e lo faccio in uno dei miei angoli di mondo che né conosci, né ti importerebbe di conoscere. Perché ormai mi sono anche rassegnato alla remota, siderale possibilità che una mia qualsiasi attività possa incuriosirti. E non voglio minimamente pensare al giorno della mia laurea. Ti sei commosso a quella di mio fratello, anche lui farmacista, come avresti sempre voluto anche per me: meglio sarebbe se alla mia ridessi ad ogni parolone e ad ogni arzigogolo da otium latino, che avere l’inespressiva espressione di chi è lì perché deve.

E allora sogno.
E soprattutto sogno il giorno in cui sarai costretto ad essere non dico orgoglioso, ma almeno felice per me, perché sarò riuscito dove avrò voluto, e magari mi permetterà anche di mantenermi, pur con la fatica che proverai nel chiamarlo “lavoro”.
E scrivo “sogno”, perché è questo il poco che sanno fare quelli come me, secondo quelli come te.
Ma quelli come me, ricordalo sempre, avranno sempre quel lumicino che li farà anche rassegnare, ma mai disperare. Di qualsiasi cosa, specie della comprensione che vorrebbero percepire da quello che, nel tempo remoto e quasi favoloso delle macchinine, era l’uomo più forte del mondo.

Non permettere che, nel tuo giorno più lontano su questa terra, mi gocciolino dalle labbra i versi del “Testamento di Tito”, insieme a lacrime ormai disperate.

– Sfo –

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