Lo spazio per la felicità

Da molto non scrivo qui, sempre per quel principio in cui credo, secondo il quale quando non si ha nulla da dire è meglio tacere che parlare a sproposito – e il silenzio, strumento irrinunciabile nella società in cui tutti parlano da monitor e tastiere, ci permette di poter ascoltare. E trovare qualcuno che abbia dato voce a cose che anche noi sentiamo, ma alle quali per i più diversi motivi non siamo stati in grado di dare forma.
Oggi voglio parlarvi di Federico, un giovane di 28 anni. Come noi, giovane e cittadino di un Paese che ha un’idea ben precisa di noi, per la quale la colpa siamo noi pigri, bamboccioni, schizzinosi. Ma come noi è un giovane che non perde la speranza, nonostante faccia un lavoro per il quale basterebbe la terza media. Sono venuto a conoscenza della sua esperienza grazie a Twitter – dal quale pure Federico ci mette in guardia; ma anche qui, come per ogni tecnologia o progresso, se usato con buonsenso (e capacità di attenzione) non può che portare benefici.
Ho già condiviso il link, dal sito del Corriere della Sera, sulla pagina facebook di questo blog. Ma voglio riportare anche qui le sue bellissime parole, perché anche su questo blog rimangano – e chissà, io le ritrovi in un momento futuro di sconforto dovuto alla mia scelta universitaria, e rileggendole io sorrida, il gesto più rivoluzionario in questa società di risate al cinepanettone. Sorrida di loro, il più bel modo di non arrendersi.
Vi lascio al suo commento (scritto per l’articolo Stay hungry, stay choosy), troppo bello per essere definito semplicemente e sbrigativamente poesia.

Sfo

Lo spazio per la felicità

Eppure io non mi abbatto:
sorrido di loro ed è il mio modo di non arrendermi.

Io non sono mai stato choosy:
faccio un lavoro di un’umiltà disarmante e lo faccio bene.
[tra l’altro, “disarmante”: che parola meravigliosa!]
Non ho grandi rimpianti:
avrei potuto prendere altri sentieri, allungare il giro,
fare una strada più lunga,
ma alla fine non credo che sarei arrivato in un posto diverso.

Lavoro all’università, non per l’università.
E una preposizione può cambiarti lo stipendio.
Incontro ogni giorno gente scesa a compromessi per fare carriera,
anche persone che hanno molti meno titoli di me.
Prendono l’ascensore, mentre io salgo le scale.
Do a tutti del lei, quando mi danno del tu sbagliando i congiuntivi.
Io non sbaglio un congiuntivo dal 1986.
Sorrido di loro ed è il mio modo di non arrendermi.

Anch’io sono sceso a compromessi, ma con me stesso.
Non sognavo questa vita, ma ho imparato a viverla.
E forse è normale che funzioni così:
in fondo non sognavo quasi niente di quel che ho vissuto,
ma quel che ho vissuto mi è piaciuto e non lo cambierei con niente.
Non rinnego gli studi, rifarei ogni cosa
[studio ancora, se è per questo].
Non ho studiato per il diploma, la laurea, il master:
sono pezzi di carta, convenzioni.
Il vero studio è egoismo.
Il vero studio è per sé stessi.

La sera, prima di addormentarmi, leggo Kerouac e Steinbeck
mentre giovani rivoluzionari twittano del niente.

Li hanno distratti.
Hanno costruito per loro dei giocattoli perfetti,
cianfrusaglie innocue con cui tenerli occupati.
Li chiamano social ma lì dentro tutto puzza di solitudine,
anche la rabbia di ragazzi che non fanno paura a nessuno.

Intanto il mondo cambia e loro se ne accorgeranno da vecchi.
Abbiamo buttato una generazione,
che è andata in crisi molto prima del Paese.
La prossima sarà quella dei miei figli.

La crisi è un fatto,
ma dobbiamo fare in modo che non diventi alibi.
Non è il tempo che ci frega,
stavolta è il modo.
E il condizionale è il modo della vita che non viviamo.

Ci vogliono pigri.
Sorrido di loro ed è il mio modo di non arrendermi.

Mio nonno faceva l’usciere:
sveglia all’alba e uno stipendio da miseria.
Prospettive di carriera: nessuna.
Non è mai uscito dall’Italia,
non ha mai guardato granché lontano,
conosceva e amava ciò che aveva sotto gli occhi.
Non ho mai conosciuto una persona più felice di lui.

Quando penso alla felicità, io penso al caffè.
L’odore, il rumore, il sapore del caffè.
Perché se c’è una cosa che ho imparato
è che la felicità è nelle piccole cose,
quelle che occupano poco spazio.
E se ci fossimo solo convinti che la felicità è altrove?

Varrebbe la pena domandarselo.

Ecco, io penso che loro avranno vinto davvero
quando noi inizieremo a pensare di aver perso
lo spazio per la felicità.

E credo che molti lo pensino già.
Sorrido di loro ed è il mio modo di non arrendermi.

Federico Ciavaglia

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