Autori e uomini

Giuro che non è la banalissima, sterile frigna da studente svogliato. “Perché mai dovrei studiare latino?”

La vita è troppo breve per studiare latino alle tre meno dieci di una domenica notte. Ma la notte, con un leggero scarto dal copione, porta una riflessione.
Poche storie, non potrò mai capire la bellezza di un brano in lingua originale – per quanto io riesca a comprendere chi riesce a farlo, così come preferisco una canzone anglofona nel suo testo in inglese. La riflessione è un’altra.
Me lo diceva, il prof alle superiori: “Non sai quasi nulla di grammatica, ma sapresti dirmi persino dove Virgilio pisciava!” (poeta). Mica ho scelto Lettere per nulla – che sarebbero “moderne” ma tant’è. E almeno la vita degli autori si studia in italiano. Ma non siamo ancora al punto. Abbiate pazienza, e ci arriveremo.
Troppe nozioni da apprendere, lasciando perdere il peso in crediti di questo specifico esame. Si rischia di arrivare all’orale sapendo tutto e non avendo capito nulla. Saprai parlare dello stile equilibrato e armonioso dell’uno, differente da quello aspro e spezzato dell’altro, per resettare la memoria quando il docente nemmeno ha finito di firmarti il voto. Liberare spazio per altra roba da studiare. Perché fin quando si tratta di apprendere qualcosa che dovete studiare, state pur certi che non potrete ricordarla a lungo – se mai poi possa servirvi. E con buona pace di Cicerone, dalla Storia si impara ben poco.
Memoria magistra vitae mi pare più corretto. E senza memoria, come imparare qualcosa? Non terremo mai a mente linguaggi, stili e poetiche – soprattutto quando scopri che ci sono stati poeti che scrivevano d’amore e relative sofferenze come esercizio di stile. E allora ti torna in mente Giovenale. Se non per ispirazione, scriverò per sdegno. Che non è altro se non un modo carino per mandarli a cagare.
I manuali dovrebbero parlarci degli uomini, non tanto degli autori. Che a scrivere – bene o male – siam capaci tutti. Ma a vivere? Se dopo secoli siamo qui ancora a parlare di certe persone, voglio sperare che il motivo valido non sia la concinnitas di Tacito o la lactea ubertas di Livio (che decontestualizzate sembrano anche cose brutte). Voi professori ci insegnate la loro arte: ma quegli uomini così lontani, cosa possono insegnarci? In un’ epoca che ha visto non pochi uomini schiacciati dal peso di questa crisi, cosa può dirmi il suicidio stoico di un Seneca o quello beffardo di Petronio? In una crisi che è soprattutto culturale, in cui se a un sedicenne parli di Dante quello pensa all’olio extravergine [cit. Pedro Giglio], quale aiuto posso trovare nella via neoterica di Catullo e amici o in quella epicureista di Lucrezio?

Compito dell’artista non è di soccombere alla disperazione, ma di trovare un’antidoto per la futilità dell’esistenza, come asseriva Gertrude Steine nella visione di Woody Allen, in “Midnight in Paris”. Passiamo la vita allontanando il pensiero di una data foriera di ansie e patemi, o pensando al giorno subito dopo come a un sollievo, e in questo modo non ci accorgiamo che il Tempo sgattaiola via. Il 27 novembre, preparato oppure no, andrò all’esame e il 28 mi rilasserò. Ma, anziché pensare alla rottura di coglioni, penso alla meraviglia di quella vita che Sorrentino ha definito una “meravigliosa rottura di coglioni. Su cosa vogliamo concentrarci?”.
Io il mio antidoto l’ho trovato.
E voi?

Sfo

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