Dolore condiviso, dispiacere dimezzato

Successe tanto tempo fa.
L’hanno scorso.
Ci fu anche chi gridò per l’obbrobrio, ma si ammutolì  accorgendosi del passato prossimo. Della minestra poco più in là, invece, nulla.
“Perdigiorno”, commentò l’amico.
“Non saprei indicar la strada, mi spiace”. Mi spiacque davvero, ero curioso di sapere come arrivarci. Né tantomeno dove mi avrebbe portato il discorso – senza macchina, poi! – e decisi di proseguire. Non avendo mai praticato il gioco del pallone non avrei saputo assolutamente dove sarei andato a parare. Da tempo non seguivo il calcio, e anche gli altri metalli alcalino terrosi dicevano che da tempo era”strano”, un po’ maleducato e falso. “Ha parlato lo stronzio”, rispose piccato.
Sempre avuto un pessimo rapporto, con la chimica. Ad ogni azione corrisponde una reazione: mai una volta che si potesse star tranquilli.
E allora mi dissi: “Si volta pagina!”, ma essendo mezzogiorno e mezzo la libreria era chiusa. Sicuramente per chi non conosce Pavia non vorrà dire nulla, ma lette le righe sopra altrettanto sicuramente sarà contento di non averla capita.
Il tempo non smetteva di fermarsi, ma con quel vento era inutile tentare di inseguire il fazzolettino che ruzzolava per il selciato. E il selciato non era minimamente colpito dal fatto che qualcuno ruzzolasse per lui – figurarsi, poi!, un pezzo di carta sporco di… No, meglio non figurarsi.
Vero anche, che quando ti figurano gli altri, o vieni male o vieni mosso. Mai frizzante. Questione di gusti. Sed de gustibus non disputandum est, e il Padreterno ancora non aveva in agenda la Creazione che il frizzo sul punto cardinale era già vecchio. E tirarne fuori uno sul porporato pareva più arduo del previsto. Pensò allora che con uno scambio nell’ordine delle parole si potesse descrivere ottimamente la situazione attuale nei locali la sera, quando al posto di una rosa dei venti ce n’è uno con venti rose, e prova a fargli capire il significato di “NO”.
Ci vorrebbe un’idea.
Che se la trovi da solo, caro il mio Ci.
Così fui di nuovo punto e a capo. Un fastidio e un prurito tra i capelli che non immaginate.
Ma non era il solo grattacapo. Mi fu dunque chiaro che ci sarebbero stati licenziamenti nel settore “fregamento schiena datore di lavoro” – e che poi non ci lamentassimo se a fregare in così tanti la sua schiena ci fossimo ritrovati con un boss senza spina dorsale. Che così viene anche difficile ricaricare le batterie. E la presa per il culo non aiuta granché in merito.
Si stava oramai degenerando. Ma mi tranquillizzai che in realtà non fosse così, rileggendo l’avverbio. L’etimo non era d’accordo con me, ma che non provasse a dire una parola dopo quella gita a Poggibonsi nel lontano ’76.
Ricordai la mia carriera di giocatore di baseball. Discreto lanciatore, nel box di battuta non avrei potuto dire altrimenti (come se non si fosse capito). E ritornò l’agenda del Padreterno al pensiero del lazzo sulla scucchia.
Non volle essere bestemmia che avrei posseduto personalmente – blasfemia – ma pensai che mi sarei intristito notevolmente al suo posto. Padreterno. Pensateci: per sempre così, senza mai poter passare al grado successivo. Niente nipotini sulle gambe, niente mattine ai lavori in corso, niente bocce o briscola (ma queste ultime per un conflitto di interessi, che insultarsi da soli non è bella cosa).
Pensai di fermarmi. Così mi intimai un ALT e mi feci accostare.
E pensai che, dopotutto, quello che avevo prodotto fino a poco prima non sarebbe stato la rivelazione letteraria dell’anno. Ma rispetto a certa spazzatura, che alcuni vendono e troppi altri comprano, almeno avevo usato fantasia e originalità, chiamando in causa il mio ingegno.
(Per la cronaca: persi il contenzioso e dovetti pagare io tutte le spese legali. Per le spese illegali mandavo un amico al supermercato col passamontagna. Non durò a lungo: al grido “O la borsa o la vita” la cassiera gli allungò due buste e lui morì sul colpo).

Sfo

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