Quello che non ho più – La pazienza

Deserto e aridità. Sono le due parole che mi vengono in mente per iniziare questo post.

Che poi, che cazzo, è il solito post sui giovani senza lavoro, ma è un post pieno di rabbia per il presente e di angoscia per il futuro.

La fanno facile, loro, a dirti “Resta, o fuggi per poi tornare”. Tanto, i Severgnini, si sono costruiti mille pagine di curriculum, creandosi il loro personaggino della minchia, peraltro per nulla corrispondente, a mio modesto avviso, alla persona.

La fanno tutti troppo facile.
La gente che dice che studiamo scienze delle merendine perché la nostra vocazione è quella.

“Cosa studi? Lettere? Ma non potevi cercarti subito un lavoro?”

E A ME CHI CAZZO ME LO DA UN LAVORO.

La mia ultima esperienza lavorativa si è conclusa con me che rischiavo di farmi saltare un braccio, perché al Panorama di Alessandria sovraccaricano gli scaffali.

Quella nuova si stava per aprire sotto i migliori auspici, dal Signor G, anche solo per un mese di puro sfruttamento.
Ma, diamine, ci stavo, altroché se ci stavo.

Non voglio gravare sulle spalle dei miei, vorrei poter portare la mia ragazza fuori a cena o per il fine settimana, di tanto in tanto. Vorrei poter offrire qualche birra ai miei amici, come loro ogni tanto fanno con me.

E allora porta il curriculum (10€ di benzina spesi per stamparlo, perché al sabato un giovane non può nemmeno avere l’illusione di portare lì un curriculum di merda, dato che non ci sono copisterie aperte).

Ti chiamano durante una lezione, per dirti che vogliono conscerti. Vi conoscete. Gli sei piaciuto, hai pure avuto qualche idea interessante, pensi fuori dalle righe, ci piaci. Ti faremo sapere.
Ti abbiamo fatto sapere lunedì sera: <<Sei stato scelto>>.

Ci servono delle attestazioni della tua condizione di studente, portami uno statino.
Fatto? Perfetto, se mi firmi questo modulo lo inoltro in sede, così mi mandano il contratto? Che taglia porti? Sai, è per la divisa. Ti do una M così stai comodo.

E, sapete, a questo punto ci credevo davvero. Ci credevo perché per una volta, mi son detto. guardano a ciò che una persona può dare. E ho fatto una cazzata.

Brutte notizie, la sede ha bloccato le assunzioni. Io mi sono eroicamente battuto per difendere i tuoi diritti, ma non è bastato.

Attonito, intontito, stordito da questo pugno in faccia anche ai diritti miei e di ogni cazzo di giovane italiano che si accontenta anche del più becero sfruttamento, ma che porcamadonna non gli basta a ottenere un ruolo in un ambiente lavorativo.

Ti vogliono laureato in tempo, a pieni voti, e gratis. E dopo sei mesi ti scaricano perché c’è qualcun altro.

E il mio curriculum è dal 2009 che sta a prender polvere, che cazzo dico io a sta gente? Posso raccontargli tutta questa storia?

Con che coraggio oggi mi recherò a lezione a farmi mettere sotto torchio (rigorosamente in inglese), da quella professoressa che mi chiederà “do you agree?”

I don’t agree, I don’t agree with anything. Vorrei far scoppiare una cazzo di guerra civile, una rivoluzione armata, ma non posso e non voglio finire sui libri di storia come il martire che a 23 anni si è fatto ammazzare per queste cose. Eh no, vaffanculo. Io voglio cambiare il mondo, ma porca troia adesso me lo voglio anche godere.

Io mi sono rotto i coglioni, di rimanere qui. Valgo, e lo so. Lo so io, e lo sa chi c’era ieri alla Feltrinelli, così come lo sa chi mi conosce.

E riguardo ai santoni che predicano amor patrio ai giovani, sono proprio curioso di vedere un domani che posizione occuperanno i loro figli. Perché va bene l’arte, ma a volte gli iter sono veramente troppo speculari.

E allora ti accorgi che non è più una tua mania di persecuzione: qui la gente è sadica. All’Italia piace prendersi gioco dei giovani, di tutti  giovani.

Ma state attente, merde. Perché io, vaffanculo, me ne andrò, ma qualcuno degli stronzi che rimangono qua vi seppellirà o vi avrà in cura in casa di riposo.

E io mi auguro con tutto il cuore che vi ritorni tutto il male che state facendo, a me e a noi.

-Beppe

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