Sinistro maieutico

Premessa: anche se non dall’inizio, questo pezzo è un racconto (basato su una storia vera, come si usa dire nei film). Ergo, forse più del mio solito, non sarà né breve né tantomeno conciso. Se vi annoierete dopo le prime righe, colpa mia e mi scuso; se invece credete di non aver abbastanza tempo per leggere un racconto, diciamo quasi “per principio”, solo perché lungo… Riflettete, su come state usando il vostro tempo. Prima che vi accorgiate di non averlo mai fatto, guardando il legno di una bara dall’interno.

In un’epoca in cui bisogna girare armati di curriculum per sopravvivere, e in cui siamo bombardati da informazioni (delle quali in maggior parte potremmo fare benissimo a meno), l’ultima lezione di Storia del Teatro e dello spettacolo mi ha riportato a un pensiero. Una riflessione nata nella mia mente tempo fa, quasi più per autodifesa e debole giustificazione alla “sì, però io…”. curriculum-vitaeEppure, forse ascoltandola dalle parole del professor Fiaschini che ci insegnava cosa sia il “teatro narrativo”, dalle parole di qualcuno che ne ha viste e vissute più di me non solo in ambito di studio, mi sono sentito un poco riabilitato. Non sono mai stato una cima, nei miei studi. Ho iniziato a capirlo quando si inizia a capire (anche se non per tutti è così), vale a dire alle superiori. Certo, allora lo studio richiedeva sforzi anche in materie che prego il Signore non dover mai più studiare in vita mia, e non era affatto facile. Ma anche approdato all’Università nella facoltà di Lettere, ovviamente, le difficoltà non sono mancate. E dunque, qual è il discorso?

Il discorso, emerso dalle parole del professore, è capire la differenza tra i fatti e il racconto.
Mi spiego. Sul mio libretto universitario figurano i voti da me ottenuti nei vari esami di questa triennale in Lettere moderne, che oscillano tra il 24 e il 28. I fatti parlano chiaro: chiunque leggesse quelle cifre riterrebbe questo studente un “mediocre”. Non un somaro, ma nemmeno uno dei migliori. E, forse, peggio così: perché un “migliore” interessa di per sé in quanto eccellenza, e all’opposto un somaro potrà interessare per quel sentimento da “ma non potrà essere così disastrato”, e ci incuriosisce. Mentre, di mediocri, ce ne sono così tanti da non attirarci – e, ahinoi, da costituire la normalità in un Paese come il nostro, che nell’incertezza tra un 5 e un 6 arriva a darti un “sei meno meno”.
Questo, se ci fermassimo ai fatti, al curriculum. Ma cosa sta dietro quel 28, dietro quel 24?
E qui voglio raccontarvi una storia. Senza che la parola “racconto” si accompagni a “favola”, nel senso di qualcosa di infarcito – o peggio finto. Un racconto come narrazione di fatti, ma con quel qualcosa in più che un curriculum non potrà mai trasmettere: l’esperienza di chi racconta.

Questo racconto comincia nell’estate del 2009, era luglio. Non era un’estate come tante, ma “l’estate della maturità”: roba che anche il caldo passa in secondo piano, si suda per lo studio sui libri, più che per l’afa. Soprattutto quando hai dato gli scritti, e con successo: sotto con l’ultimo sforzo, i temutissimi orali. Considerato che, a inizio anno, quasi manco speravo di essere ammesso all’esame di Stato, era già un bel risultato: perché non spendere le ultime lacrime e ancora un po’ di sangue per arrivare al traguardo, perché non fare ancora un po’ di fatica senza accontentarsi del 60, perché non crederci?
E allora via in moto, quella moto che mi aveva accompagnato praticamente tutte le mattine dall’ottobre 2006, senza troppo badare al meteo, per mezza Lombardia. San Colombano al Lambro, Paullo, Mulazzano per studiare insieme a compagni di classe e ancor più amici. Oppure posti senza nome dove rilassarmi, lontano dalle legittime preoccupazioni adolescenziali dei primi esami – solo io, la moto e nessun’altro.
I giorni passano, il giorno con la G maiuscola si avvicina. Quello precedente, tocca al mio migliore amico Mattia passare sotto le grinfie della commissione esaminatrice: ma è preparato, ha studiato tutto l’anno, e il suo orale va bene. Usciamo dal liceo, lui è giustamente spensierato e libero, come ci si sente dopo un esame – anche e soprattutto all’Università – mentre io sono pronto allo sprint finale. Andiamo a mangiare qualcosa, Tia? No grazie, Sfo, vado a casa. In bocca al lupo per domani!, mi pare di ricordare. Monta sulla sua 749 bianca e rossa e si avvia verso le colline banine. Io faccio la coda ai capelli, infilo casco e guanti, monto sulla Shadow 125 nera e, dopo averla accesa, mi avvio. A uno degli appuntamenti più importanti della mia vita, senza saperlo.

Nastro d’asfalto grigio e bianco, percorso milioni e milioni di volte. Sole e caldo, pioggia e vento, nebbia e gelo – financo con la neve: non mi fermava nessuno (infatti, unica multa “grazie” all’autovelox). Quel giorno il sole splendeva, e il vento lambiva le braccia e il viso, in moto. Vado a casa, mangio qualcosa veloce e mi rimetto sui libri. Che poi è un esame… Ma un po’ di fifa fisiologica c’è.
La tangenziale è tutta dritta, vedo appena mio fratello – ricordo ora, c’era anche lui a sentire l’orale – alla pompa di benzina con l’infaticabile 206 blu. Passo oltre.
Uscita per Riolo. Ed il solito pilota che mi taglia la strada per uscire come me (non dirò che è una BMW perché si è idioti con qualsiasi mezzo, anche a piedi o in bici). Lo risorpasso tranquillamente aprendo il gas, e sono di nuovo davanti a lui.
Cimitero di Riolo, sulla sinistra: un saluto con la mano a chi non è più su questo mondo, piccolo gesto apotropaico come quando incontro l’ennesimo mazzo di fiori su un guard-rail…
Un attimo dopo, la strada STERZA. Non “fa una curva”, ma improvvisamente cambia direzione.
Giusto il tempo –  l’istinto (sbagliato) – di frenare con tutte le mie forze sul freno anteriore, le forcelle si chiudono. Forse grido, prima di andare a terra – buio; riapro un attimo gli occhi e vedo la moto passarmi sopra quasi volando – buio.
Riapro gli occhi, in un immenso cielo azzurro.
«Porca puttana io domani ho l’orale.»
Che, in quanto sto raccontando, sembra proprio quella frase ad effetto per colpire, magari far sorridere, ma potete credermi – è stato il primo pensiero che ho avuto. Anche perché, in quel momento, non potevo sentire né le lussazioni del piede destro, né la frattura alla rotula sinistra. Brutto segno, se non facesse così male il corpo te lo direbbe subito. Sdraiato sul marciapiede, img_005sono comunque cosciente, come avrete potuto evincere dalla mia scolastica preoccupazione. Alcuni gentili automobilisti chiamano i soccorsi, arrivo in ospedale senza emergenze. Mi puliscono tutti i graffi e mi cuciono alcune ferite più brutte, mi riducono le lussazioni e mi ingessano il piede destro (con un’ingessatura che, successivamente a Milano per curarmi, hanno detto non vedersi più dagli anni ’70. Ortopedia lodigiana…). Mi immobilizzano la gamba sinistra con un tutore, mi riportano a casa.
Piccola parentesi soprannaturale, un po’ alla Jules Winnfield – poi crediate a quello che volete: dopo un volo in moto contro un marciapiede senza nessun tipo di abbigliamento tecnico se non un casco jet (quindi aperto davanti) e dei guanti solo un po’ imbottiti, sono riuscito a rompermi solo una gamba e un piede. Niente paraschiena, ma colonna vertebrale intatta. Faccia sempre brutta come prima, solo gli occhiali da sole un po’ raschiati così come il casco, sulla fronte. Certo, se non avessi protetto la testa, non sarei qui a scrivere ora (E MAGARI!)(simpaticoni!), ma dove non sono potuto arrivare io in quel momento per negligenza o fatalità… Chiusa parentesi.

E quindi? Con il piede destro rotto e la gamba sinistra fuori uso, che si fa? A parte non dormire la notte, nonostante gli antidolorifici?
Che domande. Si va a fare l’orale e si porta a casa il risultato.
Non vi dico la faccia della commissione, comunque già informata il pomeriggio del giorno prima delle mie condizioni e della mia decisione. Che finché non vedi certe cose, non ci credi. A parte il cambio di aula dove si sarebbe svolto l’esame (non più al primo piano ma a quello terreno per ovvie ragioni di mobilità), per il resto è un esame normalissimo. Espongo la mia parte di “area progetto” (leggi: tesina) ai professori, e potrei anche svenire che mi sono già guadagnato i due punti per arrivare alla sufficienza. Mi fanno vedere gli scritti, li correggo dove riesco. Mi fanno qualche domanda, qualcuno si sofferma un po’ di più ma senza quasi accorgermene l’orale è già finito. Ed è andato bene.
Sia chiaro: nessuna voglia di “fare pietà”, soltanto un pensiero. “Io la quinta superiore non la rifaccio”. Tanto è bastato, insieme a qualche medicina, una barella e alle persone che in quei momenti mi sono state vicine e mi vogliono bene, per farmi superare quell’ostacolo, anche se le mie gambe non funzionavano.
Risultato? 77/100.

Questo leggete nel mio curriculum. Ma cosa ci sta dietro?
Una delle prove più difficili della mia vita, che non si è esaurita quel 7 luglio 2009 ma che ha avuto strascichi fino al novembre dell’anno scorso, quando mi hanno tolto gli ultimi ferri dal ginocchio sinistro. E che mi ha insegnato cose che a scuola nessuno avrebbe mai potuto insegnarmi. Forse qualcosa che già stava dentro di me, quella voglia di andare avanti “comunque e nonostante tutto”, che già mi aveva permesso di arrivare fino alla fine del mio percorso liceale. Un sinistro maieutico, potremmo dire.
Ma mi ha insegnato più di questo, come ho già avuto modo di parlare su questo blog, qualcosa che da quel giorno d’estate mi ha sempre aiutato con gli esami. Finché posso studiare, prepararmi, ripetere, incazzarmi, avvilirmi, sperare stando in piedi e potendo liberamente girare per casa, sono già immensamente fortunato. E già con questo pensiero sto molto meglio, rispetto agli sbattimenti della prossima prova universitaria. E poi, l’esame: averne paura, perché?, quando puoi perdere tutto quello che hai e chi ti ama può perderti, in un attimo.

Così, come dicevo, ogni voto sul mio libretto racconta una storia. E non proverò mai invidia per una collezione di 30/30 e lode: perché ogni voto sul mio libretto ha inscritta in sé la consapevolezza che di più non avrei potuto fare, in quelle circostanze. Ciò non significa accontentarsi, perché so di aver dato il massimo – nonostante non sempre nei fatti coincida con le nostre aspettative. Ma, al di là di soddisfazioni personali e collegi di merito, credo non valga la pena di impuntarsi per arrivare al massimo voto, specie in un momento come quello che stiamo vivendo – dove non importa quasi più se ti sei laureato con 110, o 90, oppure 80: nella migliore delle ipotesi, dovrai farti bastare il fatto di aver trovato un lavoro, non importa quale, basta poter arrivare a fine mese.

uroboroE, nella più realistica delle ipotesi, dovrò inventarmelo io, un lavoro, dato che non ho nemmeno un curriculum (che si costruisce con esperienze, ma senza esperienze chi ti assume?, e vai di Uroboro). E che chi spulcia curricula non ha tempo per leggere esperienze come questa. Ma che gli potrebbero far capire di aver davanti una persona, e non dei dati e dei numeri.

Sfo

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