Django unchained – Recensione

Da qualche settimana a questa parte, l’ultima fatica di Tarantino è giunta anche in Italia.

Ovviamente parlo di Django Unchained, film che si inserisce con la vena poco politically correct cui Tarantino ci ha abituati.

Se qualcuno pensa ad uno spaghetti western sequel delle pellicole di Corbucci è completamente fuori strada: Django Unchained condivide con il personaggio di Franco Nero soltanto il nome.

La storia è ambientata “da qualche parte nel Texas” alla vigilia della guerra civile.DU

Lo schiavo Django viene acquistato dall’eccentrico affabulatore King Schultz, un dentista tedesco ormai convertito a “bounty killer”, che ha bisogno dell’aiuto di Django per rintracciare una famiglia di piccoli latifondisti.

Questo fatto dà il là al solito gioco grottesco e citazionistico tarantiniano, qui costruito con rara perizia e personalità.

“Mio il western, mie le regole”: questo pare essere il postulato fondamentale del Django del bad boy hollywoodiano, che sovverte i canoni del western sin dalla scelta del protagonista, descrivibile in due parole come “negro” e tamarro.

Foxx raccoglie letteralmente il testimone di Franco Nero, quasi a chiedere esplicitamente il permesso delle vecchie glorie, facendo suo un genere appannaggio esclusivo dei “caucasici”.

Al fianco del parvenu a cavallo troviamo un Christoph Waltz in stato di grazia, che si candida seriamente come outsider all’oscar per il miglior attore non protagonista.

La trama di Django Unchained risulta comunque godibile e coerente, anche se forse si esaurisce troppo in fretta.

Se da una parte abbiamo troppi cameo inseriti per rendere omaggio a vecchie glorie, dall’altra abbiamo una pletora di personaggi che ci restituiscono un quadro quanto mai crudo e grottesco del razzismo negli USA del secolo XIX.

Sembra inoltre ingrato criticare la scarsa presenza di personaggi femminili nel film: Django Unchained si rifà ad un genere in cui la donna era pressoché inesistente!

Il film di Tarantino non è solo cast stellare e violenza splatter: dietro alla scelta della colonna sonora, pare esserci un tentativo di ripercorrere i fasti dello spaghetti western dalla sua nascita al suo inesorabile declino, a tal proposito si vedano il primo ed ultimo tema musicale inseriti nel film, che vi lascio scoprire.

Il punto più alto lo si deve all’accoppiata Morricone-Elisa, che regala all’Italia e al cinema un pezzo dal testo forse rivedibile, ma dalla carica emozionale sicuramente altissima, tale da ricordare i fasti di “C’era una volta il west”.

Non finisce qui: Quentin sperimenta varie soluzioni volte anche ad esaltare lo spettatore e riesce nell’intento mettendo 2pac in un genere cinematografico apparentemente agli antipodi con quel tipo di sottofondo musicale.

Ciò che ci rimane è dunque una pellicola godibilissima, che non si direbbe duri 166 minuti.

La violenza, come da manuale tarantiniano, è trattata in ogni sua sfaccettatura e capita molto spesso che le scene meno digeribili siano quelle che lasciano solo intendere quanto capita lontano dallo sguardo dello spettatore.

Per il resto è la solita sbobba splatter e grottesca che non farà cambiare idea su Tarantino a chi non ne è fan, mentre esalterà chi usava idolatrarlo già prima.

Chi non deve perdersi Django Unchained: i fan di Tarantino e dei b-movie splatter, i cinefili e chi vuole passare tre ore sgombrando la testa da ogni pensiero.

Chi deve lasciar perdere Django Unchained: i politically correct, i fisici teorici, gli integralisti del western e spaghetti western.

-Beppe-

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