Ore 23, tram 9 barrato, Torino.

Per raccontare la serata più bella della mia vita bisogna fare un salto indietro al 16 settembre, giorno del mio compleanno, giorno in cui ha avuto luogo una raccolta fondi indetta dal mio caro cugino Larenzi per rendere questa serata possibile. Lui voleva che vedessi una partita allo Juventus Stadium, non c’era nulla che potesse farlo desistere dal proposito.

E l’occasione si è presentata ieri, 6 marzo, ritorno degli ottavi di finale di Champions League.

Andiamo dunque a ieri sera, ore 20. Cena del campione: panino con salamella, crauti, patate fritte e maionese. Alito dei fasti migliori.

Si entra e si grida, prevalentemente per incoraggiare i nostri bianconeri, talvolta per tentare (invano) di zittire gli oltre 1000 tifosi venuti da Glasgow per fare festa nel settore ospiti.

Da qui in poi, la partita è un’escalation di emozioni intorno al campo.

Ore 21:16: dal settore dei contagiosi tifosi del Celtic parte un “Chi non salta nerazzurro è”, poco successivo alla rete di Matri. In breve tutto lo stadio li segue. Al di là della rete, la più grande emozione del primo tempo è questa.

Nel secondo tempo avviene poi una cosa che mi fa riacquisire fiducia nel calcio, nel fair play e nel genere umano tutto: i tifosi del Celtic continuano a cantare e a fare festa. Impossibile non applaudirli, come è impossibile non applaudire i sei totem del tifo vero che improvvisano un trenino colmo di gioia apparentemente immotivata.

Loro cantano, cantano anche quando, al minuto 89 e sotto per un 5-0 complessivo, vengono sommersi dagli applausi della curva nord che ancora adesso mi mettono addosso un brivido che non si può raccontare. Una serata bellissima, che si potrebbe concludere con l’acquisto della sciarpa commemorativa del match.

E invece no.

Alle 23, sul tram numero 9 barrato che condurrà me e Larenzi all’agognato riposo, troviamo delle facce certo imbolsite dall’alcol, con strani accenti e magliette della Juventus addosso.

Sono una decina. Iniziano ad intonare cori in scozzese. Sono celti.

Vedono due ragazzi cinesi con la sciarpa della Juve addosso, tentano di tirarli dentro al loro degenero, chiedendo loro di intonare un coro inneggiante alla Vecchia Signora.

I due ragazzetti glissano, i celti si guardano intorno spaesati chiedendosi che razza di tifosi siamo.

Finché, dal nulla, non mi sento intonare il nostro inno. Ci sono dentro, o mi picchiano, o diventa una serata memorabile.

Ebbene, mi seguono Larenzi ed altri due sconosciuti. E loro, battendo le mani, ci danno il ritmo. Volano sorrisi e pacche, ci interroghiamo se la Juventus arriverà in finale e ce la farà, ci si chiede da dove si viene, è il terzo tempo sul tram.

“Quanto spesso vieni allo stadio?”, mi chiede il più anziano di loro. Sono costretto a dirgli la verità, due o tre volte all’anno.”So does my wife”, risponde lui ridendo, al che non posso esimermi dal dirgli che lo ritengo un paragone mortificante.

Si continua a ridere e a scherzare, finché Jordan, vedendo la mia maglietta di Del Piero, mi propone uno scambio con la sua jersey del Celtic.

Mi sento rispondere “Sure, why not!”, ce la scambiamo.
Interviene un cretino che, spacciandosi per mio amico, gli sfila la maglietta e se la imbosca. Gli scots, a quel punto, si ricordano di essersi fatti oltre 2000km per assistere ad un 2-0 esterno e lo circondano, facendosi restituire quella che ormai è la mia maglia, ed invitandolo cordialmente a scendere dall’autobus alla prima fermata utile onde evitare rappresaglie. Obbedisce.

Ci chiedono dove sia il centro città, vorrebbero continuare la serata bevendo con noi, che purtroppo stamattina avevamo lezione, chi più e chi meno distante da Torino. Decliniamo. Ma è comunque un florilegio di foto, di “wish you all the best”, di “I can’t help admiring you”.

L’essenza del calcio è questa. Non è ciò che succede nel campo. E’ ciò che succede fuori, intorno, dove si può essere amici, dove si possono professare fedi diverse senza ricorrere ad armi bianche e fumogeni.

Questo è ciò che il calcio dovrebbe sempre essere, questa è la scintilla che mi ha fatto reinnamorare di questo sport.

Ringrazio dunque Jordan e gli altri celti, non solo per averci impartito una grande lezione di tifo, ma anche perché hanno trasformato una bella serata nella più bella della mia vita.

E tutte le volte che indosserò la casacca del Celtic, la indosserò con l’orgoglio di essere stato protagonista di questo gemellaggio improvvisato e non scritto, con una rinnovata consapevolezza che, a volte, agire d’istinto è il viatico ideale per portare una situazione al suo livello successivo.

Beppe e Jordan si concedono ai flash dopo lo scambio di magliette

Beppe e Jordan si concedono ai flash dopo lo scambio di magliette

Grazie a voi, dunque, Celti. Spero che ci si possa reincontrare l’anno prossimo. E che questa volta non ci siano orari stringenti che ci impediscano di bere un paio di medie insieme. E magari di rimanere in contatto.

Con sincero affetto (e forse puerile illusione),

-Beppe-

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