“Non dico più d’esser poeta”…

poesiacanzone

Qualcuno crede che i social network poco abbiano a che vedere con cultura e pensiero: in realtà si tratta solo di cercare bene.
E poi dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior*.

Così cantava un poeta. O meglio, un cantautore.
Ma perché la gente confonde ormai i due termini come se significassero la stessa cosa?
In realtà, originariamente, canzone altro non era se non un tipo di componimento. Ma, allora, se De André è un poeta, cosa possiamo dire di Montale? Uno è più poeta dell’altro? Uno fa poesie e l’altro ci mette anche la musica?
Calma. Non confondiamo le due cose.

Qualsiasi persona, dotata di sensibilità e attenzione alle parole, può negare che la nostra canzone d’autore sia poetica, cioè capace di far scaturire un’emozione in chi la ascolta (e non, banalmente, la sente). Ma canzone è e canzone rimane. Nei secoli i significanti assumono significati anche molto differenti rispetto a quelli che portavano inizialmente. Così oggi mai diremmo che Lady Gaga è una cantautrice e Battisti no. Eppure la prima canta i testi che lei stessa scrive, mentre il buon Lucio si avvaleva di Mogol per trovare le parole. Ecco che le parole cambiano, pur rimanendo le stesse, ma non tutti ci sforziamo di dare alle cose il giusto nome. Perché non lo conosciamo.

Per lo stesso motivo, possiamo incontrare autori teatrali coi rispettivi drammi sui libri di letteratura. Eppure non dovremmo. Vero che Pirandello si cimentò nella narrativa come nel teatro. D’altra parte Mussolini ha scritto anche poesie**, ma non ne troviamo nemmeno una nei manuali scolastici.
Non è possibile studiare una drammaturgia soltanto nella sua componente scritta. Vorrebbe dire eliminare corpi e voci che le donano la vita sul palcoscenico, e non è ammissibile. La prova è data dal fatto che più di uno spettacolo è inizialmente risultato poco convincente al pubblico (quando non un vero e proprio fiasco), per poi provocare applausi e standing ovation quando si fossero messe a punto le dovute correzioni di regia. Un esempio su tutti: Mistero buffo di Dario Fo. Tra le altre cose, premio Nobel per la letteratura 1997. Ma non è un attore e autore teatrale?

proprietà di linguaggio

Credo che proprio Fo ci dia parte della soluzione al problema (già accennata più sopra) col titolo di un suo spettacolo. L’operaio conosce 300 parole, il padrone 1000: per questo lui è il padrone. Per ignoranza – senza offesa – o per pigrizia, tutto ciò che è bello è poesia (come pure, nel linguaggio giovanile soprattutto, è figo) cioè è alto e allo stesso tempo profondo, in grado di elevarci avvicinandoci a qualcosa di sublime e insieme portarci giù nel più intimo sentire dell’autore.
Ma poesia è poesia e canzone è canzone. A meno di rari momenti di lettura recitata, poesia e narrativa non presuppongono la voce dell’autore. La sua voce è la pagina scritta, muta ma sonante nelle nostre orecchie, mentre la leggiamo in silenzio. Proviamo invece a immaginare una canzone o un dramma senza la voce di chi canta o recita: impossibile. Immaginiamo De André senza il suo timbro profondo o Guccini senza la sua erre. Impossibile pure leggere una drammaturgia senza la presenza degli attori, ogni spettacolo differente se pure la compagnia che lo mette in scena è la stessa. E arriviamo ormai al punto.

Messe da parte ignoranza e pigrizia, c’è un’altra motivazione al perché canzone (nei suoi esempi più poetici) sia ormai poesia e i testi teatrali siano studiati nella letteratura, ed è il prestigio. Sì, perché cosa c’è di più prestigioso che finire su un libro che tanti studieranno, far parte dell’Olimpo della Letteratura? Non ci basta che una ballata o una commedia siano “soltanto” canzone e teatro, dobbiamo andare oltre il loro ambito e prendere in prestito (a sproposito) termini che non le riguardano.
Molti drammi pirandelliani nascono da spunti novellistici; le stoviglie color nostalgia della gucciniana Incontro sono un fortissimo richiamo al crepuscolare azzurro di stoviglia della signorina Felicita di Guido Gozzano. Ma finisce qui. Partiti da uno spunto di letteratura siamo arrivati a qualcosa che ancora potremmo definire come letterario, ma che letteratura non è. E gli esempi, soprattutto nella drammaturgia del secondo Novecento, sono innumerevoli – uno su tutti La Ilìada di Cesar Brie, che partendo dallo spunto omerico lo rielabora (soprattutto con la scrittura scenica) per portare sulla scena un’opera che poco ha a in comune col punto di partenza.

Spero di essere stato chiaro, più che convincente, nella mia breve riflessione. Ricordando a chiunque legga che non sono né un critico né un filosofo, ma solamente un ragazzo pignolo col “brutto” vizio del pensiero. Eppure, per ironia o per stupore, quante volte ci sarà scappato di dirlo all’amico che si fosse lasciato andare a qualche pensiero a voce alta.
Più per ironia, immagino, almeno da quando la cultura si vende insieme al cioccolato.

Sfo

* Fabrizio De André, Via del campo
** Francesco De Gregori, Le storie di ieri

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