Il monito

Ho sempre interpretato come un monito la giornata del 2 novembre. Il giorno dei morti.
Non ci sono in ballo questioni religiose, c’è altro. C’è, tanto per cominciare, l’insensatezza che colgo nell’andare a parlare ad una lapide che dovrebbe essere lì in vece della persona cara.
Non ha senso. Io non vado mai nei cimiteri.
Li trovo luoghi a loro modo suggestivi: ricordi, rimpianto e rimorso si mescolano in un conglomerato di emozioni tristi raffigurate in fiori e fototessere prestate alle lapidi. Che quando si vien bene in una foto, c’è sempre il buontempone che invoca la “foto della tomba”. Io, conscio che sarò un mucchio di cenere ai fatti, francamente mi sbatto i coglioni di come verrò in quella foto.

Dove voglio arrivare. Non lo so, e questo è il motivo per cui scrivo, lo sapete. Io parto, poi si vedrà.
Per ricordare le persone ho un modo tutto mio: seguirne l’esempio, carpirne un tratto della personalità. Non metto piede in un cimitero dal 2011.

Principalmente il fatto è questo: penso. Elaboro. Dico: ma una volta che avrò esalato il mio respiro, cosa me ne fotte di avere il sex appeal di Johnny Depp o i fiori sempre freschi, sempre VIVI? Dai, sarebbe una beffa. La gente spero mi ricordi in altri modi, quando sarà.
Ma il mio pensare, oggi più che negli altri giorni, mi ricorda che si vive una volta sola e che quella volta passa pure piuttosto in fretta.
Ripenso a tutte le volte che ho agito d’impulso, che non le ho mandate a dire.

Ripenso a quando sono letteralmente corso dietro a quella ragazza senza mai raggiungerla in nessun senso, ripenso a quando sono partito per la Francia senza pensarci un istante, ripenso a tutte le volte che mi sono detto “Sì cazzo, facciamolo” di una cosa che non avevo mai provato a fare.

Il discorso non è tanto che non mi penta in alcun modo di ciò che ho fatto in passato (non mi pento comunque di nulla, sappiatelo), quanto che, consapevole di avere un tempo limite, voglio provare a fare tutto. A non lasciare niente di intentato. A metterci l’anima fino alla fine.

Perché un giorno, spero tra molti anni, quella del 2 novembre sarà anche la mia giornata, e, chissà, magari il mio spirito si incazzerà vedendo dei ragazzetti che per i timori più svariati si precluderanno diverse esperienze. E immagino già il mio spirito e quello di tutte le persone come me, che vorrebbe vedersi restituito un istante di vita solo per andare a prendere a calci nel culo i ragazzetti e far loro vedere cosa voglia dire veramente vivere. Cosa che io stesso capirò temo troppo tardi.

E d’altronde la saggezza popolare insegna: “Chi ha i denti non ha il pane e chi ha il pane non ha i denti.”

Ma quando il 2 novembre sarà la mia giornata, spero di essere lì dove l’erba è verde e le ragazze son carine. Che in origine non era proprio così, ma per palati un po’ più di nicchia.

Il fatto è però un altro: perché vedere la morte come qualcosa di triste e basta? Prendiamola come uno stimolo. E, nel caso dei Guns, anche come motivo di esaltazione. Sovvertiamo. Perché no.

-Beppe-

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